Diavolo d’un Topo, tu sei tutti noi
Volare al di là del cielo per arrivare
chissà dove. Con l’eroe che ci accompagna da 50 anni
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Departure: Now. Arrival: Possibly.
Ecco Mickey Mouse, ovverosia Topolino, alle prese con un
improbabile orario delle ferrovie irlandesi, incerto se salire
sul convoglio per Kilkenny o per un più affascinante Finnegans
Dream, che richiama alla mente la tradizione della veglia
funebre di Finnegan (sì la stessa del capolavoro di Joyce,
Finnegans Wake), il quale può essere richiamato in vita solo dal
profumo del whiskey. Non diversamente da Amleto anche «Michele
il topo» si interroga su quali sogni possano mai capitarci in
quel grande sonno. E come l’eroe di Shakespeare non si lascia
troppo atterrire dalle speculazioni metafisiche che fanno sì che
le imprese più risolute rischino di «perdere persino il nome di
azione».
Alla caccia di un dottore specialista nella cura del singhiozzo,
situato nell’ancor più improbabile cittadina di Ballymellodee,
Topolino incontra tutto l’armamentario del Tramonto celtico caro
al poeta William Butler Yeats: streghe e folletti, mucche
sapienti e oche giulive, per non dire del Pooka, il grande e
timido animale della mitologia irlandese che ama giocare tiri
bizzarri ai tutori dell’ordine. In questa che è una delle più
celebri storie giornaliere apparsa negli Usa negli anni
Cinquanta, e più volte ripresa per il pubblico italiano
(«Topolino e la scarpa magica»), il Nostro si è recato in
Irlanda non solo per finalità terapeutiche, ma anche per
conoscere «antichi parenti che non ho mai visto», spinto dalla
stessa Minnie, la quale dovrà pentirsene non appena scorgerà un
poster su cui campeggiano «brune, bionde e rosse» offerte
dall’Isola verde (e non si allude solo alle birre!)
Quando da ragazzo leggevo avventure come questa mi
sentivo «Giulio il topo». È vero: non vivevo nell’amabile
California, bensì nel rude quartiere milanese dell’Ortica; non
ero un americano di origine irlandese (peccato) e non portavo
nemmeno pantaloncini rossi (per fortuna). Eppure, i sogni (e gli
incubi) di Topolino erano i miei sogni (e i miei incubi). Volare
al di là del cielo come l’Uomo Nuvola, scampare alle trappole di
Macchia Nera, rivisitare il West del tempo che fu, ritornare con
il Professor Ossicini all’età della pietra, fare irruzione nel
paese del Genio della lampada di Aladino... Topolino mi ha
regalato più di Mille e una notte. E chi non avrebbe voluto
avere un amico come Pippo, un cane come Pluto e persino un
avversario come Pietro Gambadilegno? Infine, quale migliore
filosofo della scienza di Eta Beta, l’essere intelligentissimo
venuto dal futuro, capace delle più audaci teorie, ma sospettoso
dell’eccessivo successo tecnologico, nemico delle armi e
spregiatore del denaro — nonché ghiotto di mandarini cinesi
(nelle versioni italiane, per un felice errore, palline di
naftalina)? Prima ancora di diventare il collaboratore più
fidato e sagace del Sergente Manetta e del Commissario
Basettoni, rispettoso della legge e pieno di buoni sentimenti,
Topolino è stato una sorta di anarchico, individualista e
ribelle, insofferente di ogni vincolo burocratico, a un tempo
generoso e tenace, scanzonato e beffardo. In breve, uno spirito
libero. Nel suo non prendersi troppo sul serio vi ho sempre
trovato un segno di coraggio e di ironia. L’ambiguità di non
pochi dei suoi atteggiamenti e delle sue stesse imprese lo ha
reso un personaggio dalle innumerevoli sfumature — e proprio per
questo capace ogni volta di sorprendere qualunque lettore.
Qui sta forse il segreto della sua durata
e della sua universalità. Potremmo dire, made in Usa e insieme
ricco di radici europee (non solo gaeliche!). Apparentemente
antico, se non arcaico, nel meccanismo delle storie e nella
scelta dei valori (buoni/cattivi), eppure così attento al nuovo
— si tratti della relatività di Einstein o del potere seduttivo
dei mezzi di comunicazione (televisione in testa). Ha esplorato
quasi ogni piega della nostra umana condizione, con sano
empirismo e ben poco moralismo. Fino a spingersi nel Deserto del
Nulla, come recita il titolo di un’altra sua celebre avventura.
Una terra desolata, dominata in realtà da alieni — tecnocrati e
robot — che coniugano insieme volontà di potenza e nichilismo
tecnologico, in una sorta di perversa utopia assai più incisiva
di quelle che usualmente immaginano i profeti di sventura di
casa nostra.
C’è stato, e c’è ancora, un Topolino di cuore italiano e
di «italica favella». È noto come sceneggiatori e disegnatori
italiani abbiano dato un apporto decisivo alla figura del nostro
eroe nel mondo intero. È una vicenda lunga e gloriosa. Io, per
esempio, ho avuto il mio primo contatto con l’universo di Dante
grazie all’Inferno di Topolino che raccontava a fumetti e in
versi come Topolino Alighieri e Pippo Virgilio, trascinati nella
Selva Oscura da un ramo secco d’albero degno di un’incisione del
Doré, scendessero sempre più giù nelle male bolge, incontrando
tra draghi volanti e diavolacci tutti quei peccatori che
popolano le molteplici storie di cui è intessuta la Storia.
Analogo dell’Ulisse dantesco, consigliere fraudolento che brucia
insieme al complice Diomede, nell’Inferno topolinesco troviamo
persino un Paperino che si sdoppia in due lingue di fiamma che
ne rappresentano l’ira e la bonarietà, facendone a un tempo il
rivale e il compagno del topo più famoso del Globo. Singolare
emblema della doppiezza che abita ciascuno di noi e di cui lo
stesso Topolino non si dimostrerà mai esente. Alla fine di
quella discesa agli Inferi padre Dante in persona assolve tutti
(compresi gli autori di questa che è la prima delle grandi
Parodie Disney) da qualsiasi presunta lesa maestà. Dopo tutto,
quella storia (1949) era un piccolo «inno alla gioia» per
lettori di qualunque età. Se il Topolino alla ricerca dei propri
antenati avrebbe potuto chiedersi con il Dedalus di Joyce «hai
incontrato la vecchia Irlanda, e come la sopporti?», quello
travestito da Dante che canta un paese uscito dalla tragica
esperienza delle guerra mondiale può permettersi il lusso di
concludere con un «O Patria mia, solleva il capo affranto,
sorridi ancora o bella tra le belle».
Giulio Giorello
27 marzo 2005
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Fonte
Corriere della Sera |