[di
Maurizio Boscarol]
I tempi cambiano. Due anni fa non era possibile
nominare l'usabilità senza essere guardati un po' di
traverso, come visionari provenienti da un altro
pianeta. Marte, forse. Oggi non c'è azienda che non
dichiari, almeno formalmente, la propria grande
attenzione nei confronti dell'usabilità. Tutto bene,
dunque? L'usabilità ha vinto la prima battaglia, come
dice Nielsen?
Negli Stati Uniti, forse. In Italia, non sarei così
ottimista. Non c'è dubbio che vi sia un grande
interesse, prima assente, per le tematiche
dell'usabilità. Tuttavia, per motivi anche
comprensibili, l'usabilità rimane in gran parte una
disciplina sconosciuta o (quando va bene) fraintesa.
Alcune aziende hanno la tendenza a formare - a volte
soltanto attraverso letture - all'interno del proprio
staff una persona che ha sempre svolto un altro ruolo,
affinchè diventi il referente per l'usabilità. Non c'è
nulla di male, anzi: è una pratica positiva. Purtroppo,
però, spesso questa persona non ha alcuna formazione
metodologica, e finisce per dare dell'usabilità la
visione più compatibile possibile tra ciò che legge e la
sua formazione di base, sia essa legata al design, al
marketing, o alla produzione di codice. Queste tre aree
di competenza sono tutte relate in qualche modo
all'usabilità, ma non sono l'usabilità.
Inoltre una persona interna all'azienda è
inevitabilmente sottoposta a tensioni e conflitti fra
reparti e ruoli. Di conseguenza, potrebbe trovarsi a
dover mediare fra ciò che dell'usabilità ha imparato e
il minor danno possibile per la sua posizione.
D'altra parte, mancano i corsi qualificati che
possano colmare le lacune ed evitare che dell'usabilità
passi una visione parziale o distorta. Le università si
occupano di usabilità web da poco, e ci vorrà ancora un
po' di tempo per colmare il fisiologico gap formativo e
culturale esistente in Italia. Nel frattempo,
l'usabilità è una disciplina ancora debole, in balìa
delle correnti e delle distorsioni che qualcuno,
involontariamente, può operare.
"Lasciamolo fare al grafico..."
Uno dei fraintendimenti più diffusi, ad esempio, è
che l'usabilità non sia che un elenco di regolette da
applicare in fase di design - e quindi se ne può
occupare benissimo il graphic designer, che spesso già
vede (a causa di altro un gap formativo) l'usabilità
come il fumo negli occhi... Ciò che ci interessa dire
qui è che le regole sono estremamente utili come linee
guida, ma vanno applicate con cura e flessibilità ai
casi specifici, e in ogni caso dovrebbero essere
considerate in fase di progettazione precoce, non certo
in quella di graphic design! In fase di design, spesso,
molte scelte sono già state fatte, e non si può che
rivestirle con un costume più o meno elegante o
appariscente. A volte è meglio di niente (e 'poco' in
questo campo è sempre molto meglio di 'niente'),
ma un intervento serio di usabilità è un'altra cosa: va
operato fin dalle fasi precoci del progetto, a partire
dalla definizione degli obiettivi, dei contenuti e
dell'architettura informativa.
Compatibilità tecnica: "segui le mie indicazioni e
tutto andrà bene"
Un'altra delle convinzioni errate è che l'usabilità
sia una questione di compatibilità (o di
accessibilità...). Capita di vedere siti che, alla voce
'usability info', presentano la configurazione ideale
che deve avere il computer dell'utente per visualizzare
correttamente il sito! Risoluzione, browser, plug-in, e
via dicendo...
Spero di non dover convincere i lettori di Usabile di
quanto questa visione sia lontana, se non addirittura
contraria, ad una reale usabilità. L'usabilità non può
permettersi di dire: utente, segui queste regole e andrà
tutto ok, ma deve, al contrario, capire quali sono le
regole implicite dell'utente, e adeguarvisi per poter
comunicare con lui!
Non dimentichiamoci che la maggior parte degli utenti
non sa nemmeno con quale browser sta viaggiando. Non
parliamo dei plug-in o della risoluzione, che
solitamente vengono mantenuti nella configurazione di
default. E continuamente, quando chiedo a qualche
conoscente (che naviga in internet, ma si occupa
d'altro) se utilizzi un Mac o un PC, mi sento
rispondere, con un senso di vago smarrimento appena
dissimulato, "Mah, per lo più uso Word...".
"Chiedi e (non) ti sarà detto..."
Ma l'ultima e forse più pericolosa idea errata
sull'usabilità è che si possa 'chiedere direttamente
all'utente'. E che, quindi, si possa valutare
rispondendo ad una semplice serie di domandine del tipo
si/no. Ovviamente l'utente non ha alcuna conoscenza di
cosa gli complica o meno la vita, in relazione ad un
sito che magari (quando va bene) ha appena visto!
La verità è che l'usabilità la si capisce soltanto
osservando gli utenti alle prese con il sito (lo
ripeteremo fino alla nausea)! L'osservazione diretta non
può in nessun caso essere sostituita da una serie di
domande o da un'intervista. Per il semplice motivo che
le persone dicono una cosa, ma ne fanno un'altra.
Non per cattiveria, ma perché a livello cognitivo la
conoscenza su una procedura si forma dopo il suo
utilizzo. L'utilizzo è l'unico indicatore reale di
usabilità. Solo utilizzando un sito la persona
compie gli atti che ci interessano, ed al limite, poi,
esprime considerazioni che possiamo collocare in un
quadro complessivo sensato.
Che le dichiarazioni degli utenti non corrispondano
ai comportamenti è cosa nota alle discipline
psicosociali. E' anche per questo che in pubblicità è
difficile stabilire un legame ferreo fra l'atteggiamento
verso un prodotto e l'effettivo comportamento
d'acquisto. Allo stesso modo, valutare un sito
semplicemente mostrandone l'interfaccia e chiedendo un
parere, non ci dice nulla sulla sua usabilità, perché la
persona che stiamo interpellando non ha usato il sito e
dirà quello che crede ci faccia piacere sentire, o
quello che pensa direbbe una persona intelligente, o si
concentrerà su qualche dettaglio che colpisce la sua
attenzione e che potrebbe non avere alcun ruolo durante
l'esecuzione di un compito preciso.
Confrontare le risposte con le prestazioni
Le dichiarazioni degli utenti sono tuttavia utili in
alcuni casi. Ad esempio, dopo aver eseguito una serie di
compiti sul sito, può essere interessante indagare sulle
difficoltà incontrate e sulle aspettative. Tuttavia, è
bene non fidarsi ciecamente nemmeno di queste
dichiarazioni. I motivi sono diversi:
- nel caso di suggerimenti spontanei, non è detto
che ciò che l'utente vorrebbe sia ciò che
effettivamente gli serve. Spesso le indicazioni
vengono da desideri dell'utente, ma questi desideri
attengono soprattutto alla sfera delle sue
aspirazioni, piuttosto che a quella delle esigenze
d'uso concrete.
- quando si tratta di spiegare un errore o una
difficoltà, entra in gioco un meccanismo di difesa
che può portare alla razionalizzazione dell'errore.
- Più banalmente, può capitare che il resoconto
dell'errore sia semplicemente viziato da un difetto
di memoria. La memoria umana non è soltanto fallace:
è ricostruttiva. Modifica cioè i ricordi per
adattarli ad una spiegazione del mondo che nel
frattempo ci siamo costruiti.
Allo stesso modo, diventa chiaro che interviste e
questionari andrebbero somministrati solo in casi
particolari, dopo l'utilizzo del sito, e andrebbero
confrontati con le prestazioni ottenute per verificarne
la correlazione. Nielsen trova ad esempio una
correlazione di 0.44 fra le preferenze degli utenti e il
loro successo nelle prestazioni. Ma, sebbene sia un
coefficiente discreto, 0.44 significa che tra le
preferenze espresse vi è una grossa componente che non è
correlata alle prestazioni! Il che può essere spiegato
in molti modi, ma va certamente indagato.
Nei miei test ho rilevato ad esempio che il giudizio
sulla gradevolezza grafica di un sito da parte dei
soggetti può essere nettamente positivo anche quando
le loro prestazioni sono state estremamente scadenti!
Addirittura, vi sono casi in cui non vi è piena
consapevolezza di quanto scadente sia stata la
prestazione (e quindi non sono del tutto affidabili
nemmeno le dichiarazioni che seguono, se non come
indicatori della forza della mancata comprensione). Tale
risultato è coerente con altri presenti in letteratura
(uno famoso è la ricerca di Jared Spool, risalente ormai
al 97: sembra che le cose non siano molto cambiate,
nonostante il miglioramento dell'aspetto generale dei
siti).
E' necessario dunque scindere i due aspetti: quello
prestazionale e il giudizio estetico. I due possono
anche andare di pari passo, ma non lo fanno
necessariamente. L'uno non è dunque un buon
indicatore dell'altro. Ed è anche per questo che
l'usabilità non può essere delegata ai graphic designer:
perché non è di loro competenza.
A seguito di queste considerazioni, diventa anche
evidente che strumenti di analisi degli atteggiamenti e
delle opinioni come i focus group, di cui troppo
spesso si sente ancora parlare, sono completamente
inadeguati in un buon piano di ricerca di usabilità.
Sono ottimi per identificare aree di interesse in un
contesto di interazione di gruppo, delle quali tenere
conto quando si deve preparare o posizionare un
prodotto, e quindi anche un sito. Ma il successo di un
sito dipenderà solo in parte da questo posizionamento.
Esso dipenderà in misura addirittura schiacciante dalla
capacità del sito di soddisfare le esigenze d'uso
dell'utenza. Queste esigenze potrebbero essere
rimaste completamente latenti in un focus group, anche
condotto benissimo.
Test e analisi
I test con soggetti sono dunque l'unico strumento
realmente valido per valutare l'usabilità? Sì e no. I
test sono indubbiamente insostituibili. Ma quello che ci
preme sottolineare qui è che, se non si possono fare i
test, è meglio affidarsi alla valutazione di un
esperto, che ha competenze precise di usabilità e sa
cosa analizzare, piuttosto che chiedere dei
semplici pareri a persone che non hanno utilizzato il
sito.
Dei buoni esperti di usabilità (preferibilmente
specializzati sul web, che è un dominio molto diverso da
quello software) possono contribuire fortemente al
miglioramento di un sito anche solo attraverso una buona
analisi euristica, perché sovente le prime versioni
delle interfacce hanno talmente tanti problemi, che
sarebbe un peccato bruciare a quel punto dei soggetti
che potrebbero tornare preziosi in un secondo momento.
Ma è appunto solo attraverso l'osservazione strutturata
dell'interazione fra sito e utente che si traggono
informazioni realmente decisive e puntuali dagli utenti.
La piena maturità dell'usabilità in Italia si avrà
soltanto quando le aziende capiranno la differenza che
c'è fra informarsi semplicemente sull'usabilità e farla
in concreto... e soprattutto farla bene! Solo allora i
siti prodotti mostreranno decisi miglioramenti e
l'esperienza dell'utente potrà essere un po' più
soddisfacente come da tutti auspicato