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CRONACHE
Digitare «Tibet libero» non dà risultati, mentre nel
mondo le voci sono 95 mila. «Così si tradisce lo spirito del Web»
Google e Yahoo, autocensura per la Cina
La denuncia di Reporters sans frontières: i due motori
di ricerca filtrano i siti, come ordina Pechino
di Danilo Taino
Fonte Corriere della Sera
«Non ci sono "muraglie cinesi" che possano fermare Internet: la libertà di espressione che su di essa viaggia è destinata a conquistare il pianeta». Beh, da ieri questa certezza, sulla quale viviamo da alcuni anni, è un po’ meno solida: «Reporters sans frontières», un’organizzazione francese che si occupa di informazione, ha accusato i due maggiori motori di ricerca in rete del mondo - Google e Yahoo - di autocensurarsi pur di mettere piede nel mercato in cui, in questo momento, il web è in maggior espansione, la Cina. Ha così aperto una questione che colpisce al cuore il settore. La concorrenza tra i giganti di Internet, infatti, oggi è feroce in particolare su due terreni, appunto i motori di ricerca e la grande Cina. In più, dà nuovi argomenti a chi da sempre sostiene che la «commercializzazione» di Internet ne tradisce l’anima libera e senza barriere.
Che Yahoo censuri, sulla base delle linee guida
emanate da Pechino, il suo sito storico cinese (http://
cn.yahoo.com ) e il suo motore di ricerca Yisou lanciato poche
settimane fa, è cosa che nel settore già si sospettava.
«Reporters
sans frontières» dice ora che se, per esempio, vi si cerca «Tibet
libero» non si hanno risultati. E se vi si digita «falun
gong» (il movimento spirituale messo al bando in Cina) escono
solo testi ufficiali critici dell’organizzazione. Se le stesse ricerche
si fanno invece su Yahoo fuori dalla Cina, «free tibet» dà 95 mila
risultati, «falun gong» 375 mila e inizia con quello di Falun Dafa, il
sito ufficiale della pratica fondata da Li Hongzhi.
CRONACHE
La testimonianza / Google, Yahoo e la censura in
Cina
I ragazzi e le parole proibite: così rischiano
Guai a scrivere
ziyou Xizang , Tibet libero. Oppure
duli Taiwan , Taiwan indipendente: in Cina
sono parole proibite. Vietato pronunciarle in pubblico - si
rischia l’arresto - ma anche digitarle, in caratteri cinesi, su un
motore di ricerca: non si otterrà alcun risultato. O meglio,
comparirà l’equivalente in mandarino: «Il documento non esiste».
Come se su Internet non ci fossero pagine dedicate all’argomento.
Possibile? Sì, sui motori di ricerca della Cina popolare, come il
frequentatissimo Sohu.com o
Baidu.com , sito con il quale Google ha appena concluso un
accordo di collaborazione. Secondo una denuncia di
Reporters sans frontières , anche Yisou.com
, la versione cinese di Yahoo, censurerebbe le ricerche fatte
nella lingua di Pechino. «E’ proprio così - spiega un
collaboratore di un quotidiano cinese -. Certe parole non portano
da nessuna parte: è come se non esistessero». Internet in Cina non
è sinonimo di libertà. Gli oltre 80 milioni di navigatori (negli
Usa 166 milioni) del Paese più popoloso del mondo non possono
curiosare dove vogliono nella rete globale. La prova? I 61
internauti arrestati il 1° maggio, che fanno della Repubblica
popolare, secondo Reporters , «la più grande
prigione per cyberdissidenti del mondo». Sono molte le espressioni
che possono creare problemi. Inserite in un articolo pubblicato
magari su un blog, in un forum di discussione o ancora in una chat
possono portare dritti in galera. La Cina, infatti, si è dotata di
una polizia informatica il cui compito è quello di pescare i
navigatori intenti a «fomentare il disordine». La censura è
efficace, ma si moltiplicano i sistemi per aggirarla. «Chi parla
altre lingue - dice ancora l’interlocutore - può avventurarsi sui
motori stranieri, più difficili da controllare».
Paolo Salom Top Estate 2004 | + Samurai |+ Bikini Bounce | Tempest. Scatena la tempesta nella rete!!! |
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