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Oriana
Fallaci (da "Oriana
Fallaci intervista Oriana Fallaci"
agosto 2004) Io non mi stancherò mai di ripetere: la democrazia non si può regalare come una scatoletta di cioccolata. La democrazia bisogna conquistarsela bisogna volerla. Per volerla bisogna sapere e capire cos'è. Gli iracheni non lo sanno. Ancor meno la capiscono. E di conseguenza non la vogliono. Non tanto perchè sono diseducati da ventiquattr'anni di dittatura feroce ma perchè sono mussulmani. Le masse mussulmane capiscono la teocrazia e basta. E la teocrazia non insegna a ragionare, a scegliere, a decidere il proprio destino. Insegna a subire, a ubbidire, a servire un Dio che è padrone assoluto. Un sovrano che controlla ogni momento e ogni aspetto della tua vita.....Mi sbaglierò, ma illudersi che una farsa di elezioni possa cambiare le cose in Iraq è una scemenza.
Qual'è l'idea su cui non ha mai cambiato idea, non cambierà mai idea?
La libertà, ovvio. Non la libertà intesa come licenza, sfrontatezza, prepotenza egoismo, cioè la libertà che s'inebria di sè stessa. Che si abbandona agli eccessi, che toglie libertà agli altri. La libertà ragionata, intendo dire. Cioè vissuta con disciplina, anzi autodisciplina. Me la insegnò Platone in seconda liceo, quando il professor Morpurgo ci fece tradurre dal greco in italiano quella mezza pagina dell'ottavo libro della Repubblica. Guardi, l'ho incorniciata. La tengo sul muro, sia qui che a New York. E va da sé che non ne avrei bisogno. La so a memoria, posso recitarla come i preti recitano
il Pater Noster. Senta: "Quando un popolo divorato dalla sete di libertà si trova ad aver coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade che i governanti pronti ad esaudir le richieste dei sempre più esigenti sudditi vengano chiamati despoti. Accade che chi si dimostra disciplinato venga dipinto come un uomo senza carattere, un servo. Accade che il padre impaurito finisca col trattare i figli come suoi pari e non è più rispettato, che il maestro non osi rimproverare gli scolari e che questi si faccian beffe di lui, che i giovani pretendano gli stessi diritti dei vecchi, per non sembrar troppo severi i vecchi li accontentino. In tale clima di libertà, e in nome della medesima, non v'è più rispetto e riguardo per nessuno. E in mezzo a tanta licenza nasce, si sviluppa, una mal a pianta: la tirannia".
Perbacco non sembra scritto oggi per certi italiani d'oggi? Eccome. Ecco perché mi arrabbio tanto. Ecco
perchè parlando della malapianta parlo spesso del fascismo e dei suoi figli prediletti cioè del nazismo e del bolscevismo, del suo concime preferito cioè del
collaborazionismo.
Io non dimenticherò mai ciò che una sera quello delle mani pulite disse ai microfoni della tv per sostenere il ritiro delle nostre truppe dall'Iraq. "Gli americani sodomizzano le mogli e le
sorelle e le figlie, le bambine, degli iracheni" disse. E, se ne dubita, se non lo ha udito con le sue
orecchie come l'ho udito io, cerchi le registrazioni fatte dai molti giornalisti che tenevano il microfono
sotto la sua bocca. Bè, lo disse con tale sicurezza che nelle strade di Bagdad mi parve di vedere
orde di pedofili in uniforme, di Marines intenti a straziare neonate con I'orrenda operazione. E
sbalordita, indignata, mi chiesi: ma si rende conto, costui, di ciò che dice? Lo
conosce il significato del verbo sodomizzare? Forse no. Sia nel maneggiare la sintassi sia nello scegliere i vocaboli,
egli è quello che la lingua italiana la offende di più. Poi mi chiesi quanti italiani gli hanno creduto?
E conclusi: certe cose non giovano certo alla loro educazione politica. Infatti quando gli Incappucciati
berciano "Dieci-cento-Mille-Nassiriya" il mio disprezzo è accompagnato da una certa
pietà. Mi domando: sono delinquenti o vittime? E' colpa loro o di una sinistra che li corrompe con la sua rozzezza, la sua inadeguatezza, la sua demagogia, la sua mancanza di idee?
Corriere
della Sera 12/04/2002
Io, Oriana Fallaci trovo
vergognoso...di
ORIANA FALLACI
Io trovo
vergognoso che in Italia si faccia un corteo di individui che vestiti da
kamikaze berciano infami ingiurie a Israele, alzano fotografie di capi
israeliani sulla cui fronte hanno disegnato una svastica, incitano il popolo a
odiare gli ebrei. E che pur di rivedere gli ebrei nei campi di sterminio, nelle
camere a gas, nei forni crematori di Dachau e Mauthausen e di Buchenwald e di
Bergen-Belsen eccetera, venderebbero a un harem la propria madre. Io trovo
vergognoso che la Chiesa Cattolica permetta a un vescovo, peraltro alloggiato in
Vaticano, uno stinco di santo che a Gerusalemme venne trovato con un arsenale di
armi ed esplosivi nascosti in speciali scomparti della sua sacra Mercedes, di
partecipare a quel corteo e piazzarsi a un microfono per ringraziare in nome di
Dio i kamikaze che massacrano gli ebrei nelle pizzerie e nei supermarket.
Chiamarli «martiri che vanno alla morte come a una festa».
Io trovo
vergognoso che in Francia, la Francia del Liberté-Egalité-Fraternité, si
brucino le sinagoghe, si terrorizzino gli ebrei, si profanino i loro cimiteri.
Trovo vergognoso che in Olanda e in Germania e in Danimarca i giovani sfoggino
il kaffiah come gli avanguardisti di Mussolini sfoggiavano il bastone e il
distintivo fascista. Trovo vergognoso che in quasi tutte le università europee
gli studenti palestinesi spadroneggino e alimentino l’antisemitismo. Che in
Svezia abbiano chiesto di ritirare il Premio Nobel per la Pace concesso a Shimon
Peres nel 1994, e concentrarlo sulla colomba col ramoscello d’olivo in bocca
cioè su Arafat. Trovo vergognoso che gli esimi membri del Comitato, un Comitato
che (a quanto pare) anziché il merito premia il colore politico, abbiano preso
in considerazione la richiesta e persino di esaudirla. All’inferno il Premio
Nobel e onore a chi non lo riceve.
Io trovo
vergognoso (siamo di nuovo in Italia) che le Televisioni di Stato contribuiscano
al risorto antisemitismo piangendo solo sui morti palestinesi, facendo la tara
ai morti israeliani, parlando in modo sbrigativo e spesso in tono svogliato di
loro. Trovo vergognoso che nei loro dibattiti ospitino con tanta deferenza i
mascalzoni col turbante o col kaffiah che ieri inneggiavano alla strage di New
York e oggi inneggiano alle stragi di Gerusalemme, di Haifa, di Netanya, di Tel
Aviv. Trovo vergognoso che la stampa scritta faccia lo stesso, che si indigni
perché a Betlemme i carri armati israeliani circondano la Chiesa della Natività,
che non si indigni perché nella medesima chiesa duecento terroristi palestinesi
ben forniti di mitra e munizioni ed esplosivi (tra loro vari capi di Hamas e
Al-Aqsa) siano non sgraditi ospiti dei frati (che poi dai militari dei carri
armati accettano le bottiglie di acqua minerale e il cestino di mele). Trovo
vergognoso che, dando il numero degli israeliani morti dall’inizio della
Seconda Intifada (quattrocentododici), un noto quotidiano abbia ritenuto giusto
sottolineare a gran lettere che nei loro incidenti stradali ne muoiono di più.
(Seicento all’anno).
Io trovo
vergognoso che l’ Osservatore Romano cioè il giornale del Papa, un Papa che
non molto tempo fa lasciò nel Muro del Pianto una lettera di scuse per gli
ebrei, accusi di sterminio un popolo sterminato a milioni dai cristiani. Dagli
europei. Trovo vergognoso che ai sopravvissuti di quel popolo (gente che ha
ancora il numero tatuato sul braccio) quel giornale neghi il diritto di reagire,
difendersi, non farsi sterminare di nuovo. Trovo vergognoso che in nome di Gesù
Cristo (un ebreo senza il quale oggi sarebbero tutti disoccupati) i preti delle
nostre parrocchie o Centri Sociali o quel che sono amoreggino con gli assassini
di chi a Gerusalemme non può recarsi a mangiar la pizza o a comprar le uova
senza saltare in aria. Trovo vergognoso che essi stiano dalla parte dei medesimi
che inaugurarono il terrorismo ammazzandoci sugli aerei, negli aeroporti, alle
Olimpiadi, e che oggi si divertono ad ammazzare i giornalisti occidentali. A
fucilarli, a rapirli, a tagliargli la gola, a decapitarli. (Dopo l’uscita de
La Rabbia e l’Orgoglio qualcuno in Italia vorrebbe farlo anche a me. Citando
versi del Corano esorta i suoi «fratelli» delle moschee e delle Comunità
Islamiche a castigarmi in nome di Allah. A uccidermi. Anzi a morire con me.
Poiché è un tipo che conosce bene l’inglese, in inglese gli rispondo: «Fuck
you»).
Corriere della Sera 29 settembre 2001
(introduzione all'uscita del libro "
La
rabbia e l'orgoglio")
Mi chiedi di parlare, stavolta. Mi chiedi di rompere almeno stavolta il silenzio che ho scelto, che da anni mi impongo per non mischiarmi alle cicale. E lo faccio. Perché ho saputo che anche in Italia alcuni gioiscono come l'altra sera alla Tv gioivano i palestinesi di Gaza. "Vittoria! Vittoria!". Uomini, donne, bambini. Ammesso che chi fa una cosa simile possa essere definito uomo, donna, bambino. Ho saputo che alcune cicale di lusso, politici o cosiddetti politici, intellettuali o cosiddetti intellettuali, nonché altri individui che non meritano la qualifica di cittadini, si comportano sostanzialmente nello stesso modo. Dicono: "Bene. Agli americani gli sta bene". E sono molto molto, molto arrabbiata. Arrabbiata d'una rabbia fredda, lucida, razionale. Una rabbia che elimina ogni distacco, ogni indulgenza. Che mi ordina di rispondergli e anzitutto di sputargli addosso. Io gli sputo addosso. Arrabbiata come me, la poetessa afro-americana Maya Angelou ieri ha ruggito: "Be angry. It's good to be angry, it's healthy. Siate arrabbiati. Fa bene essere arrabbiati. È sano". E se a me fa bene io non lo so. Però so che non farà bene a loro, intendo dire a chi ammira gli Usama Bin Laden, a chi gli esprime comprensione o simpatia o solidarietà. Hai acceso un
detonatore che da troppo tempo ha voglia di scoppiare, con la tua richiesta.
Vedrai. Mi chiedi anche di raccontare come l'ho vissuta io, quest'Apocalisse. Di
fornire insomma la mia testimonianza. Incomincerò dunque da quella. Ero a casa,
la mia casa è nel centro di Manhattan, e alle nove in punto ho avuto la
sensazione d'un pericolo che forse non mi avrebbe toccato ma che certo mi
riguardava. La sensazione che si prova alla guerra, anzi in combattimento,
quando con ogni poro della tua pelle senti la pallottola o il razzo che arriva,
e rizzi gli orecchi e gridi a chi ti sta accanto: «Down! Get down! Giù!
Buttati giù». L'ho respinta. Non ero mica in Vietnam, non ero mica in una
delle tante e fottutissime guerre che sin dalla Seconda Guerra Mondiale hanno
seviziato la mia vita! Ero a New York, perbacco, in un meraviglioso mattino di
settembre, anno 2001. Ma la sensazione ha continuato a possedermi, inspiegabile,
e allora ho fatto ciò che al mattino non faccio mai. Ho acceso la Tv. Bè,
l'audio non funzionava. Lo schermo, sì. E su ogni canale, qui di canali ve ne
sono quasi cento, vedevi una torre del World Trade Center che bruciava come un
gigantesco fiammifero. Un corto circuito? Un piccolo aereo sbadato? Oppure un
atto di terrorismo mirato? Quasi paralizzata son rimasta a fissarla e mentre la
fissavo, mentre mi ponevo quelle tre domande, sullo schermo è apparso un aereo.
Bianco, grosso. Un aereo di linea. Volava bassissimo. Volando bassissimo si
dirigeva verso la seconda torre come un bombardiere che punta sull'obiettivo, si
getta sull'obiettivo. Sicché ho capito. Ho capito anche perché nello stesso
momento l'audio è tornato e ha trasmesso un coro di urla selvagge. Ripetute,
selvagge. «God! Oh, God! Oh, God, God, God! Gooooooood! Dio! Oddio! Oddio! Dio,
Dio, Dioooooooo!» E l'aereo s'è infilato nella seconda torre come un coltello
che si infila dentro un panetto di burro.
Erano le 9 e un quarto, ora. E non chiedermi che cosa ho provato durante quei
quindici minuti. Non lo so, non lo ricordo. Ero un pezzo di ghiaccio. Anche il
mio cervello era ghiaccio. Non ricordo nemmeno se certe cose le ho viste sulla
prima torre o sulla seconda. La gente che per non morire bruciata viva si
buttava dalle finestre degli ottantesimi o novantesimi piani, ad esempio.
Rompevano i vetri delle finestre, le scavalcavano, si buttavano giù come ci si
butta da un aereo avendo addosso il paracadute, e venivano giù così
lentamente. Agitando le gambe e le braccia, nuotando nell'aria. Sì, sembravano
nuotare nell'aria. E non arrivavano mai. Verso i trentesimi piani, però,
acceleravano. Si mettevano a gesticolar disperati, suppongo pentiti, quasi
gridassero help-aiuto-help. E magari lo gridavano davvero. Infine cadevano a
sasso e paf! Sai, io credevo d'aver visto tutto alle guerre. Dalle guerre mi
ritenevo vaccinata, e in sostanza lo sono. Niente mi sorprende più. Neanche
quando mi arrabbio, neanche quando mi sdegno. Però alle guerre io ho sempre
visto la gente che muore ammazzata. Non l'ho mai vista la gente che muore
ammazzandosi cioè buttandosi senza paracadute dalle finestre d'un ottantesimo o
novantesimo o centesimo piano. Alle guerre, inoltre, ho sempre visto roba che
scoppia. Che esplode a ventaglio. E ho sempre udito un gran fracasso. Quelle due
torri, invece, non sono esplose. La prima è implosa, ha inghiottito se stessa.
La seconda s'è fusa, s'è sciolta. Per il calore s'è sciolta proprio come un
panetto di burro messo sul fuoco. E tutto è avvenuto, o m'è parso, in un
silenzio di tomba. Possibile? C'era davvero, quel silenzio, o era dentro di me?
Devo anche dirti che alle guerre io ho sempre visto un numero limitato di morti.
Ogni combattimento, duecento o trecento morti. Al massimo, quattrocento. Come a
Dak To, in Vietnam. E quando il combattimento è finito, gli americani si son
messi a raccattarli, contarli, non credevo ai miei occhi. Nella strage di Mexico
City, quella dove anch'io mi beccai un bel po' di pallottole, di morti ne
raccolsero almeno ottocento. E quando credendomi morta mi scaraventarono
nell'obitorio, i cadaveri che presto mi ritrovai intorno e addosso mi sembrarono
un diluvio. Bè, nelle due torri lavoravano quasi cinquantamila persone. E ben
pochi hanno fatto in tempo ad evacuare. Gli ascensori non funzionavano più,
ovvio, e per scendere a piedi dagli ultimi piani ci voleva un'eternità. Fiamme
permettendo. Non lo conosceremo mai, il numero dei morti. (Quarantamila,
quarantacinquemila...?). Gli americani non lo diranno mai. Per non sottolineare
l'intensità di questa Apocalisse. Per non dar soddisfazione a Usama Bin Laden e
incoraggiare altre Apocalissi. E poi le due voragini che hanno assorbito le
decine di migliaia di creature son troppo profonde. Al massimo gli operai
dissottèrrano pezzettini di membra sparse. Un naso qui, un dito là. Oppure una
specie di melma che sembra caffè macinato e invece è materia organica. Il
residuo dei corpi che in un lampo si polverizzarono. Ieri il sindaco Giuliani ha
mandato altri diecimila sacchi. Ma sono rimasti inutilizzati.
Che cosa sento
per i kamikaze che sono morti con loro? Nessun rispetto. Nessuna pietà. No,
neanche pietà. Io che in ogni caso finisco sempre col cedere alla pietà. A me
i kamikaze cioè i tipi che si suicidano per ammazzare gli altri sono sempre
stati antipatici, incominciando da quelli giapponesi della Seconda Guerra
Mondiale. Non li ho mai considerati Pietri Micca che per bloccar l'arrivo delle
truppe nemiche danno fuoco alle polveri e saltano in aria con la cittadella, a
Torino. Non li ho mai considerati soldati. E tantomeno li considero martiri o
eroi, come berciando e sputando saliva il signor Arafat me li definì nel 1972.
(Ossia quando lo intervistai ad Amman, luogo dove i suoi marescialli
addestravano anche i terroristi della Baader-Meinhof). Li considero vanesi e
basta. Vanesi che invece di cercar la gloria attraverso il cinema o la politica
o lo sport la cercano nella morte propria e altrui. Una morte che invece del
Premio Oscar o della poltrona ministeriale o dello scudetto gli procurerà
(credono) ammirazione. E, nel caso di quelli che pregano Allah, un posto nel
Paradiso di cui parla il Corano: il Paradiso dove gli eroi si scopano le Urì.
Scommetto che sono vanesi anche fisicamente. Ho sotto gli occhi la fotografia
dei due kamikaze di cui parlo nel mio «Insciallah»: il romanzo che incomincia
con la distruzione della base americana (oltre quattrocento morti) e della base
francese (oltre trecentocinquanta morti) a Beirut. Se l'erano fatta scattare
prima d'andar a morire, quella fotografia, e prima d'andar a morire erano stati
dal barbiere. Guarda che bel taglio di capelli. Che baffi impomatati, che
barbetta leccata, che basette civettuole...
Eh! Chissà come friggerebbe il signor Arafat ad ascoltarmi. Sai, tra me e lui
non corre buon sangue. Non mi ha mai perdonato né le roventi differenze di
opinione che avemmo durante quell'incontro né il giudizio che su di lui
espressi nel mio libro «Intervista con la storia». Quanto a me, non gli ho mai
perdonato nulla. Incluso il fatto che un giornalista italiano imprudentemente
presentatosi a lui come «mio amico», si sia ritrovato con una rivoltella
puntata contro il cuore. Ergo, non ci frequentiamo più. Peccato. Perché se lo
incontrassi di nuovo, o meglio se gli concedessi udienza, glielo urlerei sul
muso chi sono i martiri e gli eroi. Gli urlerei: illustre Signor Arafat, i
martiri sono i passeggeri dei quattro aerei dirottati e trasformati in bombe
umane. Tra di loro la bambina di quattro anni che si è disintegrata dentro la
seconda torre. Illustre Signor Arafat, i martiri sono gli impiegati che
lavoravano nelle due torri e al Pentagono. Illustre Signor Arafat, i martiri
sono i pompieri morti per tentar di salvarli. E lo sa chi sono gli eroi? Sono i
passeggeri del volo che doveva buttarsi sulla Casa Bianca e che invece si è
schiantato in un bosco della Pennsylvania perché loro si son ribellati! Per
loro sì che ci vorrebbe il Paradiso, illustre Signor Arafat. Il guaio è che
ora fa Lei il capo di Stato ad perpetuum. Fa il monarca. Rende visita al Papa,
afferma che il terrorismo non le piace, manda le condoglianze a Bush. E nella
sua camaleontica abilità di smentirsi, sarebbe capace di rispondermi che ho
ragione. Ma cambiamo discorso. Io sono molto ammalata, si sa, e a parlare con
gli Arafat mi viene la febbre.
Preferisco parlare dell'invulnerabilità che tanti, in Europa, attribuivano
all'America. Invulnerabilità? Ma come invulnerabilità?!? Più una società è
democratica e aperta, più è esposta al terrorismo. Più un paese è libero,
non governato da un regime poliziesco, più subisce o rischia i dirottamenti o i
massacri che sono avvenuti per tanti anni in Italia in Germania e in altre
regioni d'Europa. E che ora avvengono, ingigantiti, in America. Non per nulla i
paesi non democratici, governati da un regime poliziesco, hanno sempre ospitato
e finanziato e aiutano i terroristi. L'Unione Sovietica, i paesi satelliti
dell'Unione Sovietica e la Cina Popolare, ad esempio. La Libia di Gheddafi,
l'Iraq, l'Iran, la Siria, il Libano arafattiano, lo stesso Egitto, la stessa
Arabia Saudita di cui Usama Bin Laden è suddito, lo stesso Pakistan, ovviamente
l'Afghanistan, e tutte le regioni musulmane dell'Africa. Negli aeroporti e sugli
aerei di quei paesi io mi sono sempre sentita sicura. Serena come un neonato che
dorme. L'unica cosa che temevo era essere arrestata perché scrivevo male dei
terroristi. Negli aeroporti e sugli aerei europei, invece, mi sono sempre
sentita nervosetta. Negli aeroporti e sugli aerei americani, addirittura
nervosa. E a New York, due volte nervosa. (A Washington, no. Devo ammetterlo.
L'aereo sul Pentagono non me lo aspettavo davvero). A mio giudizio, insomma, non
è mai stato un problema di «se»: è sempre stato un problema di «quando».
Perché credi che martedì mattina il mio subconscio abbia avvertito quella
inquietudine, quella sensazione di pericolo? Perché credi che contrariamente
alle mie abitudini abbia acceso il televisore? Perché credi che fra le tre
domande che mi ponevo mentre la prima torre bruciava e l'audio non funzionava,
ci fosse quella sull'attentato? E perché credi che appena apparso il secondo
aereo abbia capito? Poiché l'America è il Paese più forte del mondo, il più
ricco, il più potente, il più moderno, ci sono cascati quasi tutti in quel
tranello. Gli americani stessi, a volte. Ma la vulnerabilità dell'America nasce
proprio dalla sua forza, dalla sua ricchezza, dalla sua potenza, dalla sua
modernità. La solita storia del cane che si mangia la coda.
Nasce anche dalla sua essenza multi-etnica, dalla sua liberalità, dal suo
rispetto per i cittadini e per gli ospiti. Esempio: circa ventiquattro milioni
di americani sono arabi-musulmani. E quando un Mustafà o un Muhammed viene
diciamo dall'Afghanistan per visitare lo zio, nessuno gli proibisce di
frequentare una scuola di pilotaggio per imparare a guidare un 757. Nessuno gli
proibisce d'iscriversi a un'Università (cosa che spero cambi) per studiare
chimica e biologia: le due scienze necessarie a scatenare una guerra
batteriologica. Nessuno. Neppure se il governo teme che quel figlio di Allah
dirotti il 757 oppure butti una fiala di batteri nel deposito dell'acqua e
scateni una strage. (Dico «se» perché stavolta il governo non ne sapeva un
bel niente e la figuraccia fatta dalla Cia e dall'Fbi va al di là d'ogni
limite. Se fossi il presidente degli Stati Uniti io li caccerei tutti a pedate
nei posteriori per cretineria). E detto ciò torniamo al ragionamento iniziale.
Quali sono i simboli della forza, della ricchezza, della potenza, della modernità
americane? Non certo il jazz e il rock and roll, il chewing-gum e l'hamburger,
Broadway ed Hollywood. Sono i suoi grattacieli. Il suo Pentagono. La sua
scienza. La sua tecnologia. Quei grattacieli impressionanti, così alti, così
belli che ad alzar gli occhi quasi dimentichi le piramidi e i divini palazzi del
nostro passato. Quegli aerei giganteschi, esagerati, che ormai usano come un
tempo usavano i velieri e i camion perché tutto qui si muove con gli aerei.
Tutto. La posta, il pesce fresco, noi stessi (E non dimenticare che la guerra
aerea l'hanno inventata loro. O almeno sviluppata fino all'isteria). Quel
Pentagono terrificante, quella fortezza che fa paura solo a guardarla. Quella
scienza onnipresente, onnipossente. Quella tecnologia raggelante che in
pochissimi anni ha stravolto la nostra esistenza quotidiana, la nostra
millenaria maniera di comunicare, mangiare, vivere. E dove li ha colpiti, il
reverendo Usama Bin Laden? Sui grattacieli, sul Pentagono. Come? Con gli aerei,
con la scienza, con la tecnologia. By the way: sai cosa mi impressiona di più
in questo tristo ultramiliardario, questo mancato play-boy che anziché
corteggiare le principesse bionde e folleggiare nei night-club (come faceva a
Beirut quando aveva vent’anni) si diverte ad ammazzar la gente in nome di
Maometto e di Allah? Il fatto che il suo sterminato patrimonio derivi anche dai
guadagni d'una Corporation specializzata nel demolire, e che egli stesso sia un
esperto demolitore. La demolizione è una specialità americana.
Quando ci siamo
incontrati t'ho visto quasi stupefatto dall'eroica efficienza e dall'ammirevole
unità con cui gli americani hanno affrontato quest'Apocalisse. Eh, sì.
Nonostante i difetti che le vengono continuamente rinfacciati, che io stessa le
rinfaccio, (ma quelli dell’Europa e in particolare dell’Italia sono ancora
più gravi), l'America è un paese che ha grosse cose da insegnarci. E a
proposito dell'eroica efficienza lasciami cantare un peana per il sindaco di New
York. Quel Rudolph Giuliani che noi italiani dovremmo ringraziare in ginocchio.
Perché ha un cognome italiano, è un oriundo italiano, e ci fa fare bella
figura dinanzi al mondo intero. E’ un grande anzi grandissimo sindaco, Rudolph
Giuliani. Te lo dice una che non è mai contenta di nulla e di nessuno
incominciando da se stessa. E' un sindaco degno d'un altro grandissimo sindaco
col cognome italiano, Fiorello La Guardia, e tanti dei nostri sindaci dovrebbero
andare a scuola da lui. Presentarsi a capo chino, anzi con la cenere sul capo, e
chiedergli: «Sor Giuliani, per cortesia ci dice come si fa?». Lui non delega i
suoi doveri al prossimo, no. Non perde tempo nelle bischerate e nelle avidità.
Non si divide tra l'incarico di sindaco e quello di ministro o deputato. (C'è
nessuno che mi ascolta nelle tre città di Stendhal, insomma a Napoli e a
Firenze e a Roma?). Essendo corso subito, e subito entrato nel secondo
grattacielo, ha rischiato di trasformarsi in cenere con gli altri. S'è salvato
per un pelo e per caso. E nel giro di quattro giorni ha rimesso in piedi la città.
Una città che ha nove milioni e mezzo di abitanti, bada bene, e quasi due nella
sola Manhattan. Come abbia fatto, non lo so. E' malato come me, pover'uomo. Il
cancro che torna e ritorna ha beccato anche lui. E, come me, fa finta d’essere
sano: lavora lo stesso. Ma io lavoro a tavolino, perbacco, stando seduta! Lui,
invece... Sembrava un generale che partecipa di persona alla battaglia. Un
soldato che si lancia all'attacco con la baionetta. «Forza, gente, forzaaa!
Tiriamoci su le maniche, sveltiii!» Ma poteva farlo perché quella gente era,
è, come lui. Gente senza boria e senza pigrizia, avrebbe detto mio padre, e con
le palle. Quanto all'ammirevole capacità di unirsi, alla compattezza quasi
marziale con cui gli americani rispondono alle disgrazie e al nemico, bè: devo
ammettere che lì per lì ha stupito anche me. Sapevo, sì, che era esplosa al
tempo di Pearl Harbor, cioè quando il popolo s'era stretto intorno a Roosevelt
e Roosevelt era entrato in guerra contro la Germania di Hitler e l'Italia di
Mussolini e il Giappone di Hirohito. L'avevo annusata, sì, dopo l'assassinio di
Kennedy. Ma a questo era seguita la guerra in Vietnam, la lacerante divisione
causata dalla guerra in Vietnam, e in un certo senso ciò mi aveva ricordato la
loro Guerra Civile d'un secolo e mezzo fa. Così, quando ho visto bianchi e neri
piangere abbracciati, dico abbracciati, quando ho visto democratici e
repubblicani cantare abbracciati «God save America, Dio salvi l'America»,
quando gli ho visto cancellare tutte le divergenze, sono rimasta di stucco. Lo
stesso, quando ho udito Bill Clinton (persona verso la quale non ho mai nutrito
tenerezze) dichiarare «Stringiamoci intorno a Bush, abbiate fiducia nel nostro
presidente». Lo stesso, quando le medesime parole sono state ripetute con forza
da sua moglie Hillary ora senatore per lo Stato di New York. Lo stesso, quando
sono state reiterate da Lieberman, l'ex candidato democratico alla
vice-presidenza. (Soltanto lo sconfitto Al Gore è rimasto squallidamente
zitto). E lo stesso quando il Congresso ha votato all'unanimità d'accettare la
guerra, punire i responsabili. Ah, se l'Italia imparasse questa lezione! È un
Paese così diviso, l'Italia. Così fazioso, così avvelenato dalle sue
meschinerie tribali! Si odiano anche all'interno dei partiti, in Italia. Non
riescono a stare insieme nemmeno quando hanno lo stesso emblema, lo stesso
distintivo, perdio! Gelosi, biliosi, vanitosi, piccini, non pensano che ai
propri interessi personali. Alla propria carrieruccia, alla propria gloriuccia,
alla propria popolarità di periferia. Pei propri interessi personali si fanno i
dispetti, si tradiscono, si accusano, si sputtanano... Io sono assolutamente
convinta che, se Usama Bin Laden facesse saltare in aria la Torre di Giotto o la
Torre di Pisa, l'opposizione darebbe la colpa al governo. E il governo darebbe
la colpa all'opposizione. I capoccia del governo e i capoccia dell'opposizione,
ai propri compagni e ai propri camerati. E detto ciò lasciami spiegare da che
cosa nasce la capacità di unirsi che caratterizza gli americani.
Nasce dal loro patriottismo. Io non so se in Italia avete visto e capito quel
che è successo a New York quando Bush è andato a ringraziar gli operai (e le
operaie) che scavando nelle macerie delle due torri cercano di salvare qualche
superstite ma non tiran fuori che qualche naso o qualche dito. Senza cedere,
tuttavia. Senza rassegnarsi, sicché se gli domandi come fanno ti rispondono: «I
can allow myself to be exhausted not to be defeated. Posso permettermi d'essere
esausto, non d'essere sconfitto». Tutti. Giovani, giovanissimi, vecchi, di
mezz'età. Bianchi, neri, gialli, marroni, viola... L'avete visti o no? Mentre
Bush li ringraziava non facevano che sventolare le bandierine americane, alzare
il pugno chiuso, ruggire: «Iuessè! Iuessè! Iuessè! Usa! Usa! Usa!». In un
paese totalitario avrei pensato: «Ma guarda come l'ha organizzata bene il
Potere!». In America, no. In America queste cose non le organizzi. Non le
gestisci, non le comandi. Specialmente in una metropoli disincantata come New
York, e con operai come gli operai di New York. Sono tipacci, gli operai di New
York. Più liberi del vento. Quelli non obbediscono neanche ai loro sindacati.
Ma se gli tocchi la bandiera, se gli tocchi la Patria... In inglese la parola
Patria non c'è. Per dire Patria bisogna accoppiare due parole. Father Land,
Terra dei Padri. Mother Land, Terra Madre. Native Land, Terra Nativa. O dire
semplicemente My Country, il Mio Paese. Però il sostantivo Patriotism c'è.
L'aggettivo Patriotic c'è. E a parte la Francia, forse non so immaginare un
Paese più patriottico dell'America. Ah! Io mi son tanto commossa a vedere
quegli operai che stringendo il pugno e sventolando la bandiera ruggivano Iuessè-Iuessè-Iuessè,
senza che nessuno glielo ordinasse. E ho provato una specie di umiliazione.
Perché gli operai italiani che sventolano il tricolore e ruggiscono
Italia-Italia io non li so immaginare. Nei cortei e nei comizi gli ho visto
sventolare tante bandiere rosse. Fiumi, laghi, di bandiere rosse. Ma di bandiere
tricolori gliene ho sempre viste sventolar pochine. Anzi nessuna. Mal guidati o
tiranneggiati da una sinistra arrogante e devota all'Unione Sovietica, le
bandiere tricolori le hanno sempre lasciate agli avversari. E non è che gli
avversari ne abbiano fatto buon uso, direi. Non ne hanno fatto nemmeno spreco,
graziaddio. E quelli che vanno alla Messa, idem. Quanto al becero con la camicia
verde e la cravatta verde, non sa nemmeno quali siano i colori del tricolore.
Mi-sun-lumbard, mi-sun-lumbard. Quello vorrebbe riportarci alle guerre tra
Firenze e Siena. Risultato, oggi la bandiera italiana la vedi soltanto alle
Olimpiadi se per caso vinci una medaglia. Peggio: la vedi soltanto negli stadi,
quando c'è una partita internazionale di calcio. Unica occasione, peraltro, in
cui riesci a udire il grido Italia-Italia.
Eh! C'è una bella differenza tra un paese nel quale la bandiera della Patria
viene sventolata dai teppisti negli stadi e basta, e un paese nel quale viene
sventolata dal popolo intero. Ad esempio, dagli irreggimentabili operai che
scavano nelle rovine per tirar fuori qualche orecchio o qualche naso delle
creature massacrate dai figli di Allah. Oppure per raccogliere quel caffè
macinato.
Il fatto è che l'America è un paese speciale, caro mio. Un paese da invidiare,
di cui esser gelosi, per cose che non hanno nulla a che fare con la ricchezza
eccetera. Lo è perché è nato da un bisogno dell'anima, il bisogno d'avere una
patria, e dall'idea più sublime che l'Uomo abbia mai concepito: l'idea della
Libertà, anzi della libertà sposata all'idea di uguaglianza. Lo è anche perché
a quel tempo l'idea di libertà non era di moda. L'idea di uguaglianza, nemmeno.
Non ne parlavano che certi filosofi detti Illuministi, di queste cose. Non li
trovavi che in un costosissimo librone a puntate detto l'Encyclopedie, questi
concetti. E a parte gli scrittori o gli altri intellettuali, a parte i principi
e i signori che avevano i soldi per comprare il librone o i libri che avevano
ispirato il librone, chi ne sapeva nulla dell'Illuminismo? Non era mica roba da
mangiare, l'Illuminismo! Non ne parlavan neppure i rivoluzionari della
Rivoluzione Francese, visto che la Rivoluzione Francese sarebbe incominciata nel
1789 ossia tredici anni dopo la Rivoluzione Americana che scoppiò nel 1776.
(Altro particolare che gli antiamericani del bene-agli-americani-gli-sta-bene
ignorano o fingono di dimenticare. Razza di ipocriti).È un paese speciale, un
paese da invidiare, inoltre, perché quell'idea venne capita da contadini spesso
analfabeti o comunque ineducati. I contadini delle colonie americane. E perché
venne materializzata da un piccolo gruppo di leader straordinari: da uomini di
grande cultura, di gran qualità. The Founding Fathers, i Padri Fondatori. Ma
hai idea di chi fossero i Padri Fondatori, i Benjamin Franklin e i Thomas
Jefferson e i Thomas Paine e i John Adams e i George Washington eccetera? Altro
che gli avvocaticchi (come giustamente li chiamava Vittorio Alfieri) della
Rivoluzione Francese! Altro che i cupi e isterici boia del Terrore, i Marat e i
Danton e i Saint Just e i Robespierre! Erano tipi, i Padri Fondatori, che il
greco e il latino lo conoscevano come gli insegnanti italiani di greco e di
latino (ammesso che ne esistano ancora) non lo conosceranno mai. Tipi che in
greco s'eran letti Aristotele e Platone, che in latino s'eran letti Seneca e
Cicerone, e che i principii della democrazia greca se l'eran studiati come
nemmeno i marxisti del mio tempo studiavano la teoria del plusvalore. (Ammesso
che la studiassero davvero). Jefferson conosceva anche l'italiano. (Lui diceva
«toscano»). In italiano parlava e leggeva con gran speditezza. Infatti con le
duemila piantine di vite e le mille piantine di olivo e la carta da musica che
in Virginia scarseggiava, nel 1774 il fiorentino Filippo Mazzei gli aveva
portato varie copie d'un libro scritto da un certo Cesare Beccaria e intitolato
«Dei Delitti e delle Pene». Quanto all'autodidatta Franklin, era un genio.
Scienziato, stampatore, editore, scrittore, giornalista, politico, inventore.
Nel 1752 aveva scoperto la natura elettrica del fulmine e aveva inventato il
parafulmine. Scusa se è poco. E fu con questi leader straordinari, questi
uomini di gran qualità, che nel 1776 i contadini spesso analfabeti e comunque
ineducati si ribellarono all'Inghilterra. Fecero la guerra d'indipendenza, la
Rivoluzione Americana.
Bè... Nonostante i fucili e la polvere da sparo, nonostante i morti che ogni
guerra costa, non la fecero coi fiumi di sangue della futura Rivoluzione
Francese. Non la fecero con la ghigliottina e coi massacri della Vandea. La
fecero con un foglio che insieme al bisogno dell'anima, il bisogno d'avere una
patria, concretizzava la sublime idea della libertà anzi della libertà sposata
all'uguaglianza. La Dichiarazione d'Indipendenza. «We hold these Truths to be
self-evident... Noi riteniamo evidenti queste verità. Che tutti gli Uomini sono
creati uguali. Che sono dotati dal Creatore di certi inalienabili Diritti. Che
tra questi Diritti v'è il diritto alla Vita, alla Libertà, alla Ricerca della
Felicità. Che per assicurare questi Diritti gli Uomini devono istituire i
governi...». E quel foglio che dalla Rivoluzione Francese in poi tutti gli
abbiamo bene o male copiato, o al quale ci siamo ispirati, costituisce ancora la
spina dorsale dell'America. La linfa vitale di questa nazione. Sai perché?
Perché trasforma i sudditi in cittadini. Perché trasforma la plebe in Popolo.
Perché la invita anzi le ordina di governarsi, d'esprimere le proprie
individualità, di cercare la propria felicità. Tutto il contrario di ciò che
il comunismo faceva proibendo alla gente di ribellarsi, governarsi, esprimersi,
arricchirsi, e mettendo Sua Maestà lo Stato al posto dei soliti re. «Il
comunismo è un regime monarchico, una monarchia di vecchio stampo. In quanto
tale taglia le palle agli uomini. E quando a un uomo gli tagli le palle non è
più un uomo» diceva mio padre. Diceva anche che invece di riscattare la plebe
il comunismo trasformava tutti in plebe. Rendeva tutti morti di fame.
Bè, secondo me l'America riscatta la plebe. Sono tutti plebei, in America.
Bianchi, neri, gialli, marroni, viola, stupidi, intelligenti, poveri, ricchi.
Anzi i più plebei sono proprio i ricchi. Nella maggioranza dei casi, certi
piercoli! Rozzi, maleducati. Lo vedi subito che non hanno mai letto Monsignor
della Casa, che non hanno mai avuto nulla a che fare con la raffinatezza e il
buon gusto e la sophistication. Nonostante i soldi che sprecano nel vestirsi, ad
esempio, son così ineleganti che in paragone la regina d'Inghilterra sembra
chic. Però sono riscattati, perdio. E a questo mondo non c'è nulla di più
forte, di più potente, della plebe riscattata. Ti rompi sempre le corna con la
Plebe Riscattata. E con l'America le corna se le sono sempre rotte tutti.
Inglesi, tedeschi, messicani, russi, nazisti, fascisti, comunisti. Da ultimo se
le son rotte perfino i vietnamiti che dopo la vittoria son dovuti scendere a
patti con loro sicché quando un ex presidente degli Stati Uniti va a fargli una
visitina toccano il cielo con un dito. «Bienvenu, Monsieur le President,
bienvenu!». Il guaio è che i vietnamiti non pregano Allah. E con i figli di
Allah la faccenda sarà dura. Molto lunga e molto dura. Ammenoché il resto
dell'Occidente non smetta di farsela addosso. E ragioni un po' e gli dia una
mano.
Non sto parlando, ovvio, alle iene che se la godono a veder immagini delle
macerie e ridacchiano bene-agli-americani-gli-sta-bene. Sto parlando alle
persone che pur non essendo stupide o cattive, si cullano ancora nella prudenza
e nel dubbio. E a loro dico: sveglia, gente, sveglia! Intimiditi come siete
dalla paura d'andar contro corrente cioè d'apparire razzisti (parola oltretutto
impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non
capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia.
Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non
capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Voluta e
dichiarata da una frangia di quella religione, forse, comunque una guerra di
religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non
mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla
conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della
nostra civiltà. All'annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del
nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e
vestirci e divertirci e informarci… Non capite o non volete capire che se non
ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E
distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a
migliorare, a rendere un po' più intelligente cioè meno bigotto o addirittura
non bigotto. E con quello distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la
nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri... Cristo!
Non vi rendete conto che gli Usama Bin Laden si ritengono autorizzati a uccidere
voi e i vostri bambini perché bevete il vino o la birra, perché non portate la
barba lunga o il chador, perché andate al teatro e al cinema, perché ascoltate
la musica e cantate le canzonette, perché ballate nelle discoteche o a casa
vostra, perché guardate la televisione, perché portate la minigonna o i
calzoncini corti, perché al mare o in piscina state ignudi o quasi ignudi,
perché scopate quando vi pare e dove vi pare e con chi vi pare? Non v'importa
neanche di questo, scemi? Io sono atea, graziaddio. E non ho alcuna intenzione
di lasciarmi ammazzare perché lo sono.Da vent'anni lo dico, da vent'anni. Con
una certa mitezza, non con questa passione, vent'anni fa su questa roba scrissi
un articolo di fondo per il «Corriere». Era l'articolo di una persona abituata
a stare con tutte le razze e tutti i credi, d'una cittadina abituata a
combattere tutti i fascismi e tutte le intolleranze, d'una laica senza tabù. Ma
era anche l'articolo di una persona indignata con chi non sentiva il puzzo di
una Guerra Santa a venire, e ai figli di Allah gliene perdonava un po' troppe.
Feci un ragionamento che suonava press'appoco così, vent'anni fa. «Che senso
ha rispettare chi non rispetta noi? Che senso ha difendere la loro cultura o
presunta cultura quando loro disprezzano la nostra? Io voglio difendere la
nostra, e v'informo che Dante Alighieri mi piace più di Omar Khayan». Apriti
cielo. Mi crocifissero. «Razzista, razzista!». Eh, furono gli stessi
progressisti (a quel tempo si chiamavano comunisti) a crocifiggermi. Del resto
quell'insulto me lo presi anche quando i sovietici invasero l'Afghanistan. Li
ricordi quei barbuti con la sottana e il turbante che prima di sparare il
mortaio, anzi a ciascun colpo di mortaio, berciavano le lodi del Signore? «Allah
akbar! Allah akbar!». Io li ricordo bene. E a veder accoppiare la parola Dio al
colpo di mortaio, mi venivano i brividi. Mi pareva d'essere nel Medioevo, e
dicevo: «I sovietici sono quello che sono. Però bisogna ammettere che a far
quella guerra proteggono anche noi. E li ringrazio». Riapriti cielo. «Razzista,
razzista!». Nella loro cecàggine non volevan neanche sentirmi parlare delle
mostruosità che i figli di Allah commettevano sui militari fatti prigionieri.
(Gli segavano le braccia e le gambe, rammenti? Un vizietto a cui s'erano già
abbandonati in Libano coi prigionieri cristiani ed ebrei). Non volevano che lo
dicessi, no. E pur di fare i progressisti applaudivano gli americani che
rincretiniti dalla paura dell’Unione Sovietica riempivan di armi l'eroico-popolo-afghano.
Addestravano i barbuti, e coi barbuti un barbutissimo Usama Bin Laden.
Via-i-russi-dall'Afghanistaaaan! I-russi- devono-andarsene-dall'Afghanistaaaan!
Bè, i russi se ne sono andati dall'Afghanistan: contenti? E dall'Afghanistan i
barbuti del barbutissimo Usama Bin Laden sono arrivati a New York con gli
sbarbati siriani egiziani iracheni libanesi palestinesi sauditi che componevano
la banda dei diciannove kamikaze identificati: contenti? Peggio: ora qui si
discute sul prossimo attacco che ci colpirà con le armi chimiche, biologiche,
radioattive, nucleari. Si dice che la nuova strage è inevitabile perché
l’Iraq gli fornisce il materiale. Si parla di vaccinazioni, di maschere a gas,
di peste. Ci si chiede quando avverrà... Contenti?Alcuni non sono né contenti
né scontenti. Se ne fregano e basta. Tanto l'America è lontana, tra l'Europa e
l'America c'è un oceano... Eh, no, cari miei. No. C'è un filo d'acqua. Perché
quando è in ballo il destino dell'Occidente, la sopravvivenza della nostra
civiltà, New York siamo noi. L'America siamo noi. Noi italiani, noi francesi,
noi inglesi, noi tedeschi, noi austriaci, noi ungheresi, noi slovacchi, noi
polacchi, noi scandinavi, noi belgi, noi spagnoli, noi greci, noi portoghesi. Se
crolla l'America, crolla l'Europa. Crolla l'Occidente, crolliamo noi. E non solo
in senso finanziario cioè nel senso che, mi pare, vi preoccupa di più. (Una
volta, ero giovane e ingenua, dissi ad Arthur Miller: «Gli americani misurano
tutto coi soldi, non pensano che ai soldi». E Arthur Miller mi rispose: «Voi
no?»). In tutti i sensi crolliamo, caro mio. E al posto delle campane ci
ritroviamo i muezzin, al posto delle minigonne ci ritroviamo il chador, al posto
del cognacchino il latte di cammella. Neanche questo capite, neanche questo
volete capire?!? Blair lo ha capito. È venuto qui e ha portato anzi rinnovato a
Bush la solidarietà degli inglesi. Non una solidarietà espressa con le
chiacchiere e i piagnistei: una solidarietà basata sulla caccia ai terroristi e
sull’alleanza militare. Chirac, no. Come sai la scorsa settimana era qui in
visita ufficiale.Una visita prevista da tempo, non una visita ad hoc. Ha visto
le macerie delle due torri, ha saputo che i morti sono un numero incalcolabile
anzi inconfessabile, ma non s'è sbilanciato. Durante l'intervista alla Cnn ben
quattro volte la ma amica Cristiana Amanpour gli ha chiesto in qual modo e in
qual misura intendesse schierarsi contro questa Jihad, e per quattro volte
Chirac ha evitato una risposta. È sgusciato via come un'anguilla. Veniva voglia
di gridargli: «Monsieur le President! Ricorda lo sbarco in Normandia? Lo sa
quanti americani sono crepati in Normandia per cacciare i nazisti anche dalla
Francia?». Escluso Blair, del resto, neanche fra gli altri europei vedo
Riccardi Cuor di Leone. E tantomeno ne vedo in Italia dove il governo non ha
individuato quindi arrestato alcun complice o sospetto complice di Usama Bin
Laden. Perdio, signor cavaliere, perdio! Malgrado la paura della guerra, in ogni
paese d'Europa è stato individuato e arrestato qualche complice di Usama Bin
Laden. In Francia, in Germania, in Inghilterra, in Spagna... Ma in Italia dove
le moschee di Milano e di Torino e di Roma traboccano di mascalzoni che
inneggiano a Usama Bin Laden, di terroristi in attesa di far saltare in aria la
Cupola di San Pietro, nessuno. Zero. Nulla. Nessuno. Mi spieghi, signor
cavaliere: son così incapaci i Suoi poliziotti e carabinieri? Son così
coglioni i Suoi servizi segreti? Son così scemi i Suoi funzionari? E son tutti
stinchi di santo, tutti estranei a ciò che è successo e succede, i figli di
Allah che ospitiamo? Oppure a fare le indagini giuste, a individuare e arrestare
chi finoggi non avete individuato e arrestato, Lei teme di subire il solito
ricatto razzista-razzista? Io, vede, no.Cristo! Io non nego a nessuno il diritto
di avere paura. Chi non ha paura della guerra è un cretino. E chi vuol far
credere di non avere paura alla guerra, l’ho scritto mille volte, è insieme
un cretino e un bugiardo. Ma nella Vita e nella Storia vi sono casi in cui non
è lecito aver paura. Casi in cui aver paura è immorale e incivile. E quelli
che, per debolezza o mancanza di coraggio o abitudine a tenere il piede in due
staffe si sottraggono a questa tragedia, a me sembrano masochisti.
Masochisti, sì, masochisti. Perché vogliamo farlo questo discorso su ciò che
tu chiami Contrasto-fra-le-Due-Culture? Bè, se vuoi proprio saperlo, a me dà
fastidio perfino parlare di due culture: metterle sullo stesso piano come se
fossero due realtà parallele, di uguale peso e di uguale misura. Perché dietro
la nostra civiltà c'è Omero, c'è Socrate, c'è Platone, c'è Aristotele, c'è
Fidia, perdio. C'è l'antica Grecia col suo Partenone e la sua scoperta della
Democrazia. C'è l'antica Roma con la sua grandezza, le sue leggi, il suo
concetto della Legge. Le sue sculture, la sua letteratura, la sua architettura.
I suoi palazzi e i suoi anfiteatri, i suoi acquedotti, i suoi ponti, le sue
strade. C'è un rivoluzionario, quel Cristo morto in croce, che ci ha insegnato
(e pazienza se non lo abbiamo imparato) il concetto dell'amore e della
giustizia. C'è anche una Chiesa che mi ha dato l'Inquisizione, d'accordo. Che
mi ha torturato e bruciato mille volte sul rogo, d'accordo. Che mi ha oppresso
per secoli, che per secoli mi ha costretto a scolpire e dipingere solo Cristi e
Madonne, che mi ha quasi ammazzato Galileo Galilei. Me lo ha umiliato, me lo ha
zittito. Però ha dato anche un gran contributo alla Storia del Pensiero: sì o
no? E poi dietro la nostra civiltà c'è il Rinascimento. C'è Leonardo da
Vinci, c'è Michelangelo, c'è Raffaello, c’è la musica di Bach e di Mozart e
di Beethoven. Su su fino a Rossini e Donizetti e Verdi and Company. Quella
musica senza la quale noi non sappiamo vivere e che nella loro cultura o
supposta cultura è proibita. Guai se fischi una canzonetta o mugoli il coro del
Nabucco. E infine c'è la Scienza, perdio. Una scienza che ha capito parecchie
malattie e le cura. Io sono ancora viva, per ora, grazie alla nostra scienza:
non quella di Maometto. Una scienza che ha inventato macchine meravigliose. Il
treno, l'automobile, l'aereo, le astronavi con cui siamo andati sulla Luna e su
Marte e presto andremo chissàddove. Una scienza che ha cambiato la faccia di
questo pianeta con l'elettricità, la radio, il telefono, la televisione, e a
proposito: è vero che i santoni della sinistra non vogliono dire ciò che ho
appena detto?!? Dio, che bischeri! Non cambieranno mai. Ed ora ecco la fatale
domanda: dietro all’altra cultura che c’è?
Boh! Cerca cerca, io non ci trovo che Maometto col suo Corano e Averroè coi
suoi meriti di studioso. (I Commentari su Aristotele eccetera), Arafat ci trova
anche i numeri e la matematica. Di nuovo berciandomi addosso, di nuovo
coprendomi di saliva, nel 1972 mi disse che la sua cultura era superiore alla
mia, molto superiore alla mia, perché i suoi nonni avevano inventato i numeri e
la matematica. Ma Arafat ha la memoria corta. Per questo cambia idea e si
smentisce ogni cinque minuti. I suoi nonni non hanno inventato i numeri e la
matematica. Hanno inventato la grafia dei numeri che anche noi infedeli
adopriamo, e la matematica è stata concepita quasi contemporaneamente da tutte
le antiche civiltà. In Mesopotamia, in Grecia, in India, in Cina, in Egitto,
tra i Maya... I suoi nonni, Illustre Signor Arafat, non ci hanno lasciato che
qualche bella moschea e un libro col quale da millequattrocento anni mi rompono
le scatole più di quanto i cristiani me le rompano con la Bibbia e gli ebrei
con la Torah. E ora vediamo quali sono i pregi che distinguono questo Corano.
Davvero pregi? Dacché i figli di Allah hanno semidistrutto New York, gli
esperti dell'Islam non fanno che cantarmi le lodi di Maometto: spiegarmi che il
Corano predica la pace e la fratellanza e la giustizia. (Del resto lo dice anche
Bush, povero Bush. E va da sé che Bush deve tenersi buoni i ventiquattro
milioni di americani-musulmani, convincerli a spifferare quel che sanno sugli
eventuali parenti o amici o conoscenti devoti a Usama Bin Laden). Ma allora come
la mettiamo con la storia dell'Occhio-per-Occhio-Dente-per-Dente? Come la
mettiamo con la faccenda del chador anzi del velo che copre il volto delle
musulmane, sicché per dare una sbirciata al prossimo quelle infelici devon
guardare attraverso una fitta rete posta all'altezza degli occhi? Come la
mettiamo con la poligamia e col principio che le donne debbano contare meno dei
cammelli, che non debbano andare a scuola, non debbano andare dal dottore, non
debbano farsi fotografare eccetera? Come la mettiamo col veto degli alcolici e
la pena di morte per chi li beve? Anche questo sta nel Corano. E non mi sembra
mica tanto giusto, tanto fraterno, tanto pacifico.
Ecco dunque la mia risposta alla tua domanda sul Contrasto-delle-Due-Culture. Al
mondo c'è posto per tutti, dico io. A casa propria tutti fanno quel che gli
pare. E se in alcuni paesi le donne sono così stupide da accettare il chador
anzi il velo da cui si guarda attraverso una fitta rete posta all'altezza degli
occhi, peggio per loro. Se son così scimunite da accettar di non andare a
scuola, non andar dal dottore, non farsi fotografare eccetera, peggio per loro.
Se son così minchione da sposare uno stronzo che vuole quattro mogli, peggio
per loro. Se i loro uomini sono così grulli da non bere la birra e il vino,
idem. Non sarò io a impedirglielo. Ci mancherebbe altro. Sono stata educata nel
concetto di libertà, io, e la mia mamma diceva: «Il mondo è bello perché è
vario». Ma se pretendono d'imporre le stesse cose a me, a casa mia... Lo
pretendono. Usama Bin Laden afferma che l'intero pianeta Terra deve diventar
musulmano, che dobbiamo convertirci all'Islam, che con le buone o con le cattive
lui ci convertirà, che a tal scopo ci massacra e continuerà a massacrarci. E
questo non può piacerci, no. Deve metterci addosso una gran voglia di rovesciar
le carte, ammazzare lui. Però la cosa non si risolve, non si esaurisce, con la
morte di Usama Bin Laden. Perché gli Usama Bin Laden sono decine di migliaia,
ormai, e non stanno soltanto in Afghanistan o negli altri paesi arabi. Stanno
dappertutto, e i più agguerriti stanno proprio in Occidente. Nelle nostre città,
nelle nostre strade, nelle nostre università, nei gangli della tecnologia.
Quella tecnologia che qualsiasi ottuso può maneggiare. La Crociata è in atto
da tempo. E funziona come un orologio svizzero, sostenuta da una fede e da una
perfidia paragonabile soltanto alla fede e alla perfidia di Torquemada quando
gestiva l'Inquisizione. Infatti trattare con loro è impossibile. Ragionarci,
impensabile. Trattarli con indulgenza o tolleranza o speranza, un suicidio. E
chi crede il contrario è un illuso.
Te lo dice una che quel tipo di fanatismo lo ha conosciuto abbastanza bene in
Iran, in Pakistan, in Bangladesh, in Arabia Saudita, in Kuwait, in Libia, in
Giordania, in Libano, e a casa sua. Cioè in Italia. Lo ha conosciuto, ed anche
attraverso episodi triviali, anzi grotteschi, ne ha avuto raggelanti conferme.
Io non dimentico mai quel che mi accadde all'ambasciata iraniana di Roma quando
chiesi il visto per recarmi a Teheran, per intervistare Khomeini, e mi presentai
con le unghie smaltate di rosso. Per loro, segno di immoralità. Mi trattarono
come una prostituta da bruciare sul rogo. Mi ingiunsero di levarlo
immediatamente quel rosso. E se non gli avessi detto anzi urlato che cosa
gradivo levare, anzi tagliare a loro... Non dimentico nemmeno quel che mi
accadde a Qom, la città santa di Khomeini, dove in quanto donna venni respinta
da tutti gli alberghi. Per intervistare Khomeini dovevo mettermi il chador, per
mettermi il chador dovevo togliermi i blue jeans, per togliermi i blue jeans
dovevo appartarmi, e naturalmente avrei potuto effettuare l'operazione
nell'automobile con la quale ero giunta da Teheran. Ma l'interprete me lo impedì.
Lei-è-pazza, lei-è-pazza, a-fare-una-cosa-simile-a-Qom-si-finisce-fucilati.
Preferì portarmi all'ex Palazzo Reale dove un custode pietoso ci ospitò, ci
prestò l'ex Sala del Trono. Infatti io mi sentivo come la Madonna che per dare
alla luce il Bambin Gesù si rifugia insieme a Giuseppe nella stalla scaldata
dall'asino e dal bue. Ma a un uomo e a una donna non sposati fra loro il Corano
vieta di appartarsi dietro una porta chiusa, ahimé, e d'un tratto la porta si
aprì. Il mullah addetto al Controllo della Moralità irruppe strillando
vergogna-vergogna, peccato-peccato, e v'era solo un modo per non finire
fucilati: sposarsi. Firmare l'atto di matrimonio a scadenza (quattro mesi) che
il mullah ci sventolava sulla faccia. Il guaio è che l'interprete aveva una
moglie spagnola, una certa Consuelo per nulla disposta ad accettare la
poligamia, e io non volevo sposare nessuno. Tantomeno un iraniano con la moglie
spagnola e nient'affatto disposta ad accettare la poligamia. Nel medesimo tempo
non volevo finir fucilata ossia perdere l'intervista con Khomeini. In tal
dilemma mi dibattevo e...Ridi, ne son certa. Ti sembrano barzellette. Bè,
allora il seguito di questo episodio non te lo racconto. Per farti piangere ti
racconto quello dei dodici giovanotti impuri che finita la guerra del Bangladesh
vidi giustiziare a Dacca. Li giustiziarono sul campo dello stadio di Dacca, a
colpi di baionetta nel torace o nel ventre, e alla presenza di ventimila fedeli
che dalle tribune applaudivano in nome di Dio. Tuonavano «Allah akbar, Allah
akbar». Lo so, lo so: nel Colosseo gli antichi romani, quegli antichi romani di
cui la mia cultura va fiera, si divertivano a veder morire i cristiani dati in
pasto ai leoni. Lo so, lo so: in tutti i paesi d'Europa i cristiani, quei
cristiani ai quali malgrado il mio ateismo riconosco il contributo che hanno
dato alla Storia del Pensiero, si divertivano a veder bruciare gli eretici. Però
è trascorso parecchio tempo, siamo diventati un pochino più civili, e anche i
figli di Allah dovrebbero aver compreso che certe cose non si fanno. Dopo i
dodici giovanotti impuri ammazzarono un bambino che per salvare il fratello
condannato a morte s'era buttato sui giustizieri. A lui schiacciarono la testa
con gli scarponi da militare. E se non ci credi, bè: rileggi la mia cronaca o
la cronaca dei giornalisti francesi e tedeschi che inorriditi quanto me erano lì
con me. Meglio: guardati le fotografie che uno di essi scattò. Comunque il
punto che mi preme sottolineare non è questo. È che, concluso lo scempio, i
ventimila fedeli (molte donne) lasciarono le tribune e scesero nel campo. Non in
maniera scomposta, cialtrona, no. In maniera ordinata, solenne. Lentamente
composero un corteo e, sempre in nome di Dio, passarono sopra i cadaveri. Sempre
tuonando Allah-akbar, Allah-akbar. Li distrussero come le due Torri di New York.
Li ridussero a un tappeto sanguinolento di ossa spiaccicate.Oh, potrei
continuare all'infinito. Dirti cose mai dette, cose da farti rizzare i capelli
in testa. Su quel rimbambito di Khomeini, ad esempio, che dopo l'intervista
tenne un comizio a Qom per dichiarare che io lo accusavo di tagliare i seni alle
donne. Da tale comizio ricavò un video che per mesi venne trasmesso alla
televisione di Teheran sicché, quando l'anno successivo tornai a Teheran, venni
arrestata appena scesa dall'aereo. E la vidi brutta, sai, proprio brutta. Era il
periodo degli ostaggi americani... potrei parlarti di quel Mujib Rahman che,
sempre a Dacca, aveva ordinato ai suoi guerriglieri di eliminarmi in quanto
europea pericolosa, e meno male che a rischio della propria vita un colonnello
inglese mi salvò. O di quel palestinese di nome Habash che per venti minuti mi
fece tenere un mitragliatore puntato alla testa. Dio, che gente! I soli coi
quali abbia avuto un rapporto civile restano il povero Alì Bhutto cioè il
primo ministro del Pakistan, morto impiccato perché troppo amico
dell’Occidente, e il bravissimo re di Giordania: re Hussein. Ma quei due erano
musulmani quanto io son cattolica. Comunque voglio darti la conclusione del mio
ragionamento. Una conclusione che non piacerà a molti, visto che difendere la
propria cultura, in Italia, sta diventando peccato mortale. E visto che
intimiditi dall’impropria parola «razzista», tutti tacciono come conigli.
Io non vado a rizzare tende alla Mecca. Io non vado a cantar Paternostri e
Avemarie dinanzi alla tomba di Maometto. Io non vado a fare pipì sui marmi
delle loro moschee, non vado a fare la cacca ai piedi dei loro minareti. Quando
mi trovo nei loro paesi (cosa dalla quale non traggo mai diletto) non dimentico
mai d'essere un'ospite e una straniera. Sto attenta a non offenderli con abiti o
gesti o comportamenti che per noi sono normali e per loro inammissibili. Li
tratto con doveroso rispetto, doverosa cortesia, mi scuso se per sbadatezza o
ignoranza infrango qualche loro regola o superstizione. E questo urlo di dolore
e di sdegno io te l'ho scritto avendo dinanzi agli occhi immagini che non sempre
mi davano le apocalittiche scene con le quali ho incominciato il discorso. A
volte invece di quelle vedevo l'immagine per me simbolica (quindi infuriante)
della gran tenda con cui un'estate fa i mussulmani somali sfregiarono e
smerdarono e oltraggiarono per tre mesi piazza del Duomo a Firenze. La mia città.
Una tenda rizzata per biasimare condannare insultare il governo italiano che li
ospitava ma non gli concedeva le carte necessarie a scorrazzare per l’Europa e
non gli lasciava portare in Italia le orde dei loro parenti. Mamme, babbi,
fratelli, sorelle, zii, zie, cugini, cognate incinte, e magari i parenti dei
parenti. Una tenda situata accanto al bel palazzo dell'Arcivescovado sul cui
marciapiede tenevano le scarpe o le ciabatte che nei loro paesi allineano fuori
dalle moschee. E insieme alle scarpe o le ciabatte, le bottiglie vuote
dell'acqua con cui si lavavano i piedi prima della preghiera. Una tenda posta di
fronte alla cattedrale con la cupola del Brunelleschi, e a lato del Battistero
con le porte d'oro del Ghiberti. Una tenda, infine, arredata come un rozzo
appartamentino: sedie, tavolini, chaise-longues, materassi per dormire e per
scopare, fornelli per cuocere il cibo e appestare la piazza col fumo e col
puzzo. E, grazie alla consueta incoscienza dell'Enel che alle nostre opere
d'arte tiene quanto tiene al nostro paesaggio, fornita di luce elettrica. Grazie
a un radio-registratore, arricchita dalla vociaccia sguaiata d'un muezzin che
puntualmente esortava i fedeli, assordava gli infedeli, e soffocava il suono
delle campane. Insieme a tutto ciò, le gialle strisciate di urina che
profanavano i marmi del Battistero. (Perbacco! Hanno la gettata lunga, questi
figli di Allah! Ma come facevano a colpire l'obiettivo separato dalla ringhiera
di protezione e quindi distante quasi due metri dal loro apparato urinario?) Con
le gialle strisciate di urina, il fetore dello sterco che bloccava il portone di
San Salvatore al Vescovo: la squisita chiesa romanica (anno Mille) che sta alle
spalle di piazza del Duomo e che i figli di Allah avevano trasformato in
cacatoio. Lo sai bene.
Lo sai bene perché fui io a chiamarti, pregarti di parlarne sul «Corriere»,
ricordi? Chiamai anche il sindaco che, glielo concedo, venne gentilmente a casa
mia. Mi ascoltò, mi dette ragione. «Ha ragione, ha proprio ragione...». Ma la
tenda non la tolse. Se ne dimenticò o non gli riuscì. Chiamai anche il
ministro degli Esteri che era un fiorentino, anzi uno di quei fiorentini che
parlano con l'accento molto fiorentino, nonché coinvolto nella faccenda. E pure
lui, glielo concedo, mi ascoltò. Mi dette ragione: «Eh, sì. Ha ragione, sì».
Ma per toglier la tenda non mosse un dito e, quanto ai figli di Allah che
urinavano sul Battistero e smerdavano San Salvatore al Vescovo, presto li
accontentò. (Mi risulta che i babbi e le mamme e i fratelli e le sorelle e gli
zii e le zie e i cugini e le cognate incinte ora stiano dove volevano stare).
Cioè a Firenze e in altre città d’Europa. Allora cambiai sistema. Chiamai un
simpatico poliziotto che dirige l'ufficio-sicurezza e gli dissi: «Caro
poliziotto, io non sono un politico. Quando dico di fare una cosa, la faccio.
Inoltre conosco la guerra e di certe cose me ne intendo. Se entro domani non
levate la fottuta tenda, io la brucio. Giuro sul mio onore che la brucio, che
neanche un reggimento di carabinieri riuscirebbe a impedirmelo, e per questo
voglio essere arrestata. Portata in galera con le manette. Così finisco su
tutti i giornali». Bè, essendo più intelligente degli altri, nel giro di
poche ore lui la levò. Al posto della tenda rimase soltanto un'immensa e
disgustosa macchia di sudiciume. Però fu una vittoria di Pirro. Lo fu in quanto
non influì per niente sugli altri scempi che da anni feriscono e umiliano
quella che era la capitale dell'arte e della cultura e della bellezza, non
scoraggiò per niente gli altri arrogantissimi ospiti della città: gli
albanesi, i sudanesi, i bengalesi, i tunisini, gli algerini, i pakistani, i
nigeriani che con tanto fervore contribuiscono al commercio della droga e della
prostituzione a quanto pare non proibito dal Corano. Eh, sì: sono tutti
dov'erano prima che il mio poliziotto togliesse la tenda. Dentro il piazzale
degli Uffizi, ai piedi della Torre di Giotto. Dinanzi alla Loggia dell'Orcagna,
intorno alle Logge del Porcellino. Di faccia alla Biblioteca Nazionale,
all'entrata dei musei. Sul Ponte Vecchio dove ogni tanto si pigliano a
coltellate o a revolverate. Sui Lungarni dove hanno preteso e ottenuto che il
Municipio li finanziasse (Sissignori, li finanziasse). Sul sagrato della Chiesa
di San Lorenzo dove si ubriacano col vino e la birra e i liquori, razza di
ipocriti, e dove dicono oscenità alle donne. (La scorsa estate, su quel
sagrato, le dissero perfino a me che ormai sono un'antica signora. E va da sé
che mal gliene incolse. Oooh, se mal gliene incolse! Uno sta ancora lì a
mugulare sui suoi genitali). Nelle storiche strade dove bivaccano col pretesto
di vender-la-merce. Per merce intendi borse e valige copiate dai modelli
protetti da brevetto, quindi illegali, gigantografie, matite, statuette africane
che i turisti ignoranti credono sculture del Bernini, roba-da-annusare. («Je
connais mes droits, conosco i miei diritti» mi sibilò, sul Ponte Vecchio, uno
a cui avevo visto vendere la roba-da-annusare). E guai se il cittadino protesta,
guai se gli risponde quei-diritti-vai-ad-esercitarli-a-casa-tua. «Razzista,
razzista!». Guai se camminando tra la merce che blocca il passaggio un pedone
gli sfiora la presunta scultura del Bernini. «Razzista, razzista!». Guai se un
Vigile Urbano gli si avvicina, azzarda: «Signor figlio di Allah, Eccellenza, le
dispiacerebbe spostarsi un capellino e lasciar passare la gente?». Se lo
mangiano vivo. Lo aggrediscono col coltello. Come minimo, gli insultano la mamma
e la progenie. «Razzista, razzista!». E la gente sopporta, rassegnata. Non
reagisce nemmeno se gli gridi ciò che il mio babbo urlava durante il fascismo:
«Ma non ve ne importa nulla della dignità? Non ce l'avete un po' d'orgoglio,
pecoroni?».
Succede anche nelle altre città, lo so. A Torino, per esempio. Quella Torino
che fece l'Italia e che ormai non sembra nemmeno una città italiana. Sembra
Algeri, Dacca, Nairobi, Damasco, Beirut. A Venezia. Quella Venezia dove i
piccioni di piazza San Marco sono stati sostituiti dai tappetini con la «merce»
e perfino Otello si sentirebbe a disagio. A Genova. Quella Genova dove i
meravigliosi palazzi che Rubens ammirava tanto sono stati sequestrati da loro e
deperiscono come belle donne stuprate. A Roma. Quella Roma dove il cinismo della
politica d'ogni menzogna e d'ogni colore li corteggia nella speranza d'ottenerne
il futuro voto, e dove a proteggerli c'è lo stesso Papa. (Santità, perché in
nome del Dio Unico non se li prende in Vaticano? A condizione che non smerdino
anche la Cappella Sistina e le statue di Michelangelo e i dipinti di Raffaello:
sia chiaro). Mah! Ora son io che non capisco. Anziché figli-di-Allah in Italia
li chiamano «lavoratori stranieri». Oppure «mano-d'opera-di-cui-v'è-bisogno».
E sul fatto che alcuni di loro lavorino, non ho alcun dubbio. Gli italiani son
diventati talmente signorini. Vanno in vacanza alle Seychelles, vengon a New
York per comprare i lenzuoli da Bloomingdale's. Si vergognano a fare gli operai
e i contadini, e non puoi più associarli col proletariato. Ma quelli di cui
parlo, che lavoratori sono? Che lavoro fanno? In che modo suppliscono al bisogno
della mano d'opera che l'ex proletariato italiano non fornisce più? Bivaccando
nella città col pretesto della merce-da-vendere? Bighellonando e deturpando i
nostri monumenti? Pregando cinque volte al giorno? E poi c'è un'altra cosa che
non capisco. Se davvero son tanto poveri, chi glieli dà i soldi per il viaggio
sulla nave o sul gommone che li porta in Italia? Chi glieli dà i dieci milioni
a testa (come minimo dieci milioni) necessari a comprarsi il biglietto? Non
glieli darà mica Usama Bin Laden allo scopo d’avviare una conquista che non
è solo una conquista di anime, è anche una conquista di territorio?
Bè, anche se non glieli dà, questa faccenda non mi convince. Anche se i nostri
ospiti sono assolutamente innocenti, anche se fra loro non c'è nessuno che
vuole distruggermi la Torre di Pisa o la Torre di Giotto, nessuno che vuol
mettermi il chador, nessuno che vuol bruciarmi sul rogo di una nuova
Inquisizione, la loro presenza mi allarma. Mi incute disagio. E sbaglia chi
questa faccenda la prende alla leggera o con ottimismo. Sbaglia, soprattutto,
chi paragona l'ondata migratoria che s'è abbattuta sull'Italia e sull'Europa
con l'ondata migratoria che si rovesciò sull'America nella seconda metà
dell'Ottocento anzi verso la fine dell'Ottocento e all'inizio del Novecento. Ora
ti dico perché.
Non molto tempo
fa mi capitò di captare una frase pronunciata da uno dei mille presidenti del
Consiglio di cui l'Italia s'è onorata in pochi decenni. «Eh, anche mio zio era
un emigrante! Io lo ricordo mio zio che con la valigetta di fibra partiva per
l'America!». O qualcosa del genere. Eh, no, caro mio. No. Non è affatto la
stessa cosa. E non lo è per due motivi abbastanza semplici.
Il primo è che nella seconda metà dell'Ottocento l'ondata migratoria in
America non avvenne in maniera clandestina e per prepotenza di chi la
effettuava. Furono gli americani stessi a volerla, sollecitarla. E per un
preciso atto del Congresso. «Venite, venite, ché abbiamo bisogno di voi. Se
venite, vi si regala un bel pezzo di terra». Ci hanno fatto anche un film, gli
americani. Quello con Tom Cruise e Nicole Kidman, e del quale m'ha colpito il
finale. La scena dei disgraziati che corrono per piantare la bandierina bianca
sul terreno che diventerà loro, sicché solo i più giovani e i più forti ce
la fanno. Gli altri restano con un palmo di naso e alcuni nella corsa muoiono.
Ch’io sappia, in Italia non c'è mai stato un atto del Parlamento che
invitasse anzi sollecitasse i nostri ospiti a lasciare i loro paesi.
Venite-venite-ché-abbiamo-tanto-bisogno-di-voi,
se-venite-vi-regaliamo-il-poderino-nel-Chianti. Da noi ci sono venuti di propria
iniziativa, coi maledetti gommoni e in barba ai finanzieri che cercavano di
rimandarli indietro. Più che d’una emigrazione s’è trattato dunque d’una
invasione condotta all’insegna della clandestinità. Una clandestinità che
disturba perché non è mite e dolorosa. È arrogante e protetta dal cinismo dei
politici che chiudono un occhio e magari tutti e due. Io non dimenticherò mai i
comizi con cui l’anno scorso i clandestini riempiron le piazze d’Italia per
ottenere i permessi di soggiorno. Quei volti distorti, cattivi. Quei pugni
alzati, minacciosi. Quelle voci irose che mi riportavano alla Teheran di
Khomeini. Non li dimenticherò mai perché mi sentivo offesa dalla loro
prepotenza in casa mia, e perché mi sentivo beffata dai ministri che ci
dicevano: «Vorremmo rimpatriarli ma non sappiamo dove si nascondono». Stronzi!
In quelle piazze ve n’erano migliaia, e non si nascondevano affatto. Per
rimpatriarli sarebbe bastato metterli in fila,
prego-gentile-signore-s’accomodi, e accompagnarli ad un porto od aeroporto.
Il secondo motivo, caro nipote dello zio con la valigetta di fibra, lo capirebbe
anche uno scolaro delle elementari. Per esporlo bastano un paio di elementi.
Uno: l’America è un continente. E nella seconda metà dell’Ottocento cioè
quando il Congresso Americano dette il via all’immigrazione, questo continente
era quasi spopolato. Il grosso della popolazione si condensava negli stati
dell’Est ossia gli stati dalla parte dell’Atlantico, e nel Mid-West c’era
ancora meno gente. La California era quasi vuota. Beh, l’Italia non è un
continente. È un paese molto piccolo e tutt’altro che spopolato. Due:
l’America è un paese assai giovane. Se pensi che la Guerra d’Indipendenza
si svolse alla fine del 1700, ne deduci che ha appena duecento anni e capisci
perché la sua identità culturale non è ancora ben definita. L’Italia, al
contrario, è un paese molto vecchio. La sua storia dura da almeno tremila anni.
La sua identità culturale è quindi molto precisa e bando alle chiacchiere: non
prescinde da una religione che si chiama religione cristiana e da una chiesa che
si chiama Chiesa Cattolica. La gente come me ha un bel dire:
io-con-la-chiesa-cattolica-non-c'entro. C'entro, ahimé c'entro. Che mi piaccia
o no, c'entro. E come farei a non entrarci? Sono nata in un paesaggio di chiese,
conventi, Cristi, Madonne, Santi. La prima musica che ho udito venendo al mondo
è stata la musica della campane. Le campane di Santa Maria del Fiore che
all'Epoca della Tenda la vociaccia sguaiata del muezzin soffocava. È in quella
musica, in quel paesaggio, che sono cresciuta. È attraverso quella musica e
quel paesaggio che ho imparato cos'è l'architettura, cos'è la scultura, cos'è
la pittura, cos'è l'arte. È attraverso quella chiesa (poi rifiutata) che ho
incominciato a chiedermi cos'è il Bene, cos'è il Male, e perdio...
Ecco: vedi? Ho scritto un'altra volta «perdio». Con tutto il mio laicismo,
tutto il mio ateismo, son così intrisa di cultura cattolica che essa fa
addirittura parte del mio modo d'esprimermi. Oddio, mioddio, graziaddio, perdio,
Gesù mio, Dio mio, Madonna mia, Cristo qui, Cristo là. Mi vengon così
spontanee, queste parole, che non m'accorgo nemmeno di pronunciarle o di
scriverle. E vuoi che te la dica tutta? Sebbene al cattolicesimo non abbia mai
perdonato le infamie che m'ha imposto per secoli incominciando dall'Inquisizione
che m'ha pure bruciato la nonna, povera nonna, sebbene coi preti io non ci vada
proprio d'accordo e delle loro preghiere non sappia proprio che farne, la musica
delle campane mi piace tanto. Mi accarezza il cuore. Mi piacciono pure quei
Cristi e quelle Madonne e quei Santi dipinti o scolpiti. Infatti ho la mania
delle icone. Mi piacciono pure i monasteri e i conventi. Mi danno un senso di
pace, a volte invidio chi ci sta. E poi ammettiamolo: le nostre cattedrali son
più belle delle moschee e delle sinagoghe. Si o no? Sono più belle anche delle
chiese protestanti. Guarda, il cimitero della mia famiglia è un cimitero
protestante. Accoglie i morti di tutte le religioni ma è protestante. E una mia
bisnonna era valdese. Una mia prozia, evangelica. La bisnonna valdese non l'ho
conosciuta. La prozia evangelica, invece, sì. Quand'ero bambina mi portava
sempre alle funzioni della sua chiesa in via de' Benci a Firenze, e... Dio,
quanto m'annoiavo! Mi sentivo talmente sola con quei fedeli che cantavano i
salmi e basta, quel prete che non era un prete e leggeva la Bibbia e basta,
quella chiesa che non mi sembrava una chiesa e che a parte un piccolo pulpito
aveva un gran crocifisso e basta. Niente angeli, niente Madonne, niente
incenso... Mi mancava perfino il puzzo dell'incenso, e avrei voluto trovarmi
nella vicina basilica di Santa Croce dove queste cose c'erano. Le cose cui ero
abituata. E aggiungo: nella mia casa di campagna, in Toscana, v'è una minuscola
cappella. Sta sempre chiusa. Dacché la mamma è morta non ci va nessuno. Però
a volte ci vado, a spolverare, a controllare che i topi non ci abbiano fatto il
nido, e nonostante la mia educazione laica mi ci trovo a mio agio. Nonostante il
mio mangiapretismo, mi ci muovo con disinvoltura. E credo che la stragrande
maggioranza degli italiani ti confesserebbe la medesima cosa. (A me la confessò
Berlinguer).
Santiddio! (Ci risiamo). Sto dicendoti che noi italiani non siamo nelle
condizioni degli americani: mosaico di gruppi etnici e religiosi, guazzabuglio
di mille culture, nel medesimo tempo aperti ad ogni invasione e capaci di
respingerla. Sto dicendoti che, proprio perché è definita da molti secoli e
molto precisa, la nostra identità culturale non può sopportare un' ondata
migratoria composta da persone che in un modo o nell'altro vogliono cambiare il
nostro sistema di vita. I nostri valori. Sto dicendoti che da noi non c'è posto
per i muezzin, per i minareti, per i falsi astemi, per il loro fottuto Medioevo,
per il loro fottuto chador. E se ci fosse, non glielo darei. Perché
equivarrebbe a buttar via Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo,
Raffaello, il Rinascimento, il Risorgimento, la libertà che ci siamo bene o
male conquistati, la nostra Patria. Significherebbe regalargli l'Italia. E io
l'Italia non gliela regalo.
Io sono italiana.
Sbagliano gli sciocchi che mi credono ormai americana. Io la cittadinanza
americana non l'ho mai chiesta. Anni fa un ambasciatore americano me la offrì
sul Celebrity Status, e dopo averlo ringraziato gli risposi: «Sir, io
all'America sono assai legata. Ci litigo sempre, la rimprovero sempre, eppure le
sono profondamente legata. L'America è per me un amante anzi un marito al quale
resterò sempre fedele. Ammesso che non mi faccia le corna. Voglio bene a questo
marito. E non dimentico mai che se non si fosse scomodato a fare la guerra a
Hitler e Mussolini, oggi parlerei tedesco. Non dimentico mai che se non avesse
tenuto testa all' Unione Sovietica, oggi parlerei russo. Gli voglio bene e m'è
simpatico. Mi piace ad esempio il fatto che quando arrivo a New York e porgo il
passaporto col Certificato di Residenza, il doganiere mi dica con un gran
sorriso: Welcome home. Benvenuta a casa. Mi sembra un gesto così generoso, così
affettuoso. Inoltre mi ricorda che l'America è sempre stata il Refugium
Peccatorum della gente senza patria. Ma io la patria ce l'ho già, Sir. La mia
Patria è l'Italia, e l'Italia è la mia mamma. Sir, io amo l'Italia. E mi
sembrerebbe di rinnegare la mia mamma a prendere la cittadinanza americana».
Gli risposi anche che la mia lingua è l'italiano, che in italiano scrivo, che
in inglese mi traduco e basta. Nello stesso spirito in cui mi traduco in
francese, cioè sentendolo una lingua straniera. E poi gli risposi che quando
ascolto l'Inno di Mameli mi commuovo. Che a udire quel Fratelli-d'Italia, l'Italia-s'è-desta,
parapà-parapà-parapà, mi viene il nodo alla gola. Non mi accorgo nemmeno che
come inno è bruttino. Penso solo: è l'inno della mia Patria. Del resto il nodo
alla gola mi vien pure a guardare la bandiera bianca rossa e verde che sventola.
Teppisti degli stadi a parte, s'intende. Io ho una bandiera bianca rossa e verde
dell'Ottocento. Tutta piena di macchie, macchie di sangue, tutta rosa dai topi.
E sebbene al centro vi sia lo stemma sabaudo (ma senza Cavour e senza Vittorio
Emanuele II e senza Garibaldi che a quello stemma si inchinò noi l'Unità
d'Italia non l'avremmo fatta), me la tengo come l'oro. La custodisco come un
gioiello. Siamo morti per quel tricolore, Cristo! Impiccati, fucilati,
decapitati. Ammazzati dagli austriaci, dal Papa, dal Duca di Modena, dai Borboni.
Ci abbiamo fatto il Risorgimento, col quel tricolore. E l'Unità d'Italia, e la
guerra sul Carso, e la Resistenza. Per quel tricolore il mio trisnonno materno
Giobatta combatté a Curtatone e Montanara, rimase orrendamente sfregiato da un
razzo austriaco. Per quel tricolore i miei zii paterni sopportarono ogni pena
dentro le trincee del Carso. Per quel tricolore mio padre venne arrestato e
torturato a Villa Triste dai nazi-fascisti. Per quel tricolore la mia intera
famiglia fece la Resistenza e l'ho fatta anch'io. Nelle file di Giustizia e
Libertà, col nome di battaglia Emilia. Avevo quattordici anni. Quando l'anno
dopo mi congedarono dall'Esercito Italiano-Corpo Volontari della Libertà, mi
sentii così fiera. Gesummaria, ero stata un soldato italiano! E quando venni
informata che col congedo mi spettavano 14.540 lire, non sapevo se accettarle o
no. Mi pareva ingiusto accettarle per aver fatto il mio dovere verso la Patria.
Poi le accettai. In casa eravamo tutti senza scarpe. E con quei soldi ci comprai
le scarpe per me e per le mie sorelline.
Naturalmente la mia patria, la mia Italia, non è l'Italia d'oggi. L'Italia
godereccia, furbetta, volgare degli italiani che pensano solo ad andare in
pensione prima dei cinquant'anni e che si appassionano solo per le vacanze
all'estero o le partite di calcio. L'Italia cattiva, stupida, vigliacca, delle
piccole iene che pur di stringere la mano a un divo o una diva di Hollywood
venderebbero la figlia a un bordello di Beirut ma se i kamikaze di Usama Bin
Laden riducono migliaia di newyorchesi a una montagna di cenere che sembra caffè
macinato sghignazzan contenti bene-agli-americani-gli-sta-bene. L'Italia
squallida, imbelle, senz'anima, dei partiti presuntuosi e incapaci che non sanno
né vincere né perdere però sanno come incollare i grassi posteriori dei loro
rappresentanti alla poltroncina di deputato o di ministro o di sindaco. L'Italia
ancora mussolinesca dei fascisti neri e rossi che ti inducono a ricordare la
terribile battuta di Ennio Flaiano: «In Italia i fascisti si dividono in due
categorie: i fascisti e gli antifascisti». Non è nemmeno l'Italia dei
magistrati e dei politici che ignorando la consecutio-temporum pontificano dagli
schermi televisivi con mostruosi errori di sintassi. (Non si dice «Credo che
è»: animali! Si dice «Credo che sia»). Non è nemmeno l'Italia dei giovani
che avendo simili maestri affogano nell'ignoranza più scandalosa, nella
superficialità più straziante, nel vuoto. Sicché agli errori di sintassi loro
aggiungono gli errori di ortografia e se gli domandi chi erano i Carbonari, chi
erano i liberali, chi era Silvio Pellico, chi era Mazzini, chi era Massimo
D'Azeglio, chi era Cavour, chi era Vittorio Emanuele II, ti guardano con la
pupilla spenta e la lingua pendula. Non sanno nulla al massimo sanno recitare la
comoda parte degli aspiranti terroristi in tempo di pace e di democrazia,
sventolare le bandiere nere, nasconder la faccia dietro i passamontagna, i
piccoli sciocchi. Gli inetti. E tantomeno è l’Italia delle cicale che dopo
aver letto questi appunti mi odieranno per aver scritto la verità. Tra una
spaghettata e l’altra mi malediranno, mi augureranno d’essere uccisa dai
loro protetti cioè da Usama Bin Laden. No, no: la mia Italia è un'Italia
ideale. È l'Italia che sognavo da ragazzina, quando fui congedata dall'Esercito
Italiano-Corpo Volontari della Libertà, ed ero piena di illusioni. Un'Italia
seria, intelligente, dignitosa, coraggiosa, quindi meritevole di rispetto. E
quest'Italia, un'Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata,
guai a chi me la tocca. Guai a chi me la ruba, guai a chi me la invade. Perché,
che a invaderla siano i francesi di Napoleone o gli austriaci di Francesco
Giuseppe o i tedeschi di Hitler o i compari di Usama Bin Laden, per me è lo
stesso. Che per invaderla usino i cannoni o i gommoni, idem.
Col che ti saluto affettuosamente, caro il mio Ferruccio, e t'avverto: non
chiedermi più nulla. Meno che mai, di partecipare a risse o a polemiche vane.
Quello che avevo da dire l'ho detto. La rabbia e l'orgoglio me l'hanno ordinato.
La coscienza pulita e l'età me l'hanno consentito. Ma ora devo rimettermi a
lavorare, non voglio essere disturbata. Punto e basta.
Brano
tratto da "Un uomo"
di Oriana Fallaci (1979)
Parla
Panagulis:
"Fui sempre, e sono, un combattente che lotta per una Grecia migliore, un domani migliore, una società insomma che creda nell'Uomo. Se io mi trovo qui è perchè credo nell'Uomo. E credere nell'Uomo significa credere nella sua libertà. Libertà di pensiero, di parola, di critica, di opposizione: tutto ciò che il golpe fascista di Papadopulos ha eliminato..."
"...io non amo la violenza. La odio. Non mi piace nemmeno l'assassinio politico. Quando esso avviene in un paese dove esiste un libero Parlamento e ai cittadini è data la libertà di esprimersi, di opporsi, di pensare in maniera diversa, io lo condanno con disgusto e con ira. Ma quando un governo si impone con la violenza e con la violenza impedisce ai cittadini di esprimersi, di opporsi, addirittura di pensare, allora ricorrere alla violenza è una necessità. Anzi un imperativo. Gesù Cristo e Gandhi ve lo spiegherebbero meglio di me. Non c'è altra via, e che io non vi sia riuscito non conta. Altri seguiranno. E riusciranno. Preparatevi e tremate..."
"...accetto fin d'ora questa condanna. Perchè il canto del cigno di un vero combattente è il rantolo che egli emette colpito dal plotone di esecuzione di una tirannia"
Brano
tratto da "Intervista
con la storia"
di Oriana Fallaci
(1974)
.
Mi sbaglierò ma il paradiso terrestre non finì il giorno in cui Adamo ed Eva
furono informati da Dio che d'ora innanzi avrebbero lavorato nel sudore e
partorito nel dolore. Finì il giorno in cui s'accorsero d'avere un padrone che
gli impediva di mangiare una mela e, cacciati per una mela, si misero alla testa
d'una tribù dove si proibiva perfino di mangiar la carne di venerdì.
D'accordo: per vivere in gruppo ci vuole un'autorità che governi, altrimenti è
il caos. Ma il lato più tragico della condizione umana a me sembra proprio
l'avere bisogno di un'autorità che governi, di un capo. Non si sa mai dove
incomincia e finisce il potere di un capo: l'unica cosa sicura è che non puoi
controllarlo e che fucila la tua libertà. Peggio: è la dimostrazione più
amara che la libertà in assoluto non esiste, non è mai esistita, non può
esistere. Anche se bisogna comportarsi come se esistesse e cercarla. Costi il
prezzo che costi.
Brano
tratto da "Lettera a un bambino mai nato"
di Oriana Fallaci
(1975)
"Forse dovrei tacerti per ora le brutture e le malinconie, raccontarti un mondo di innocenze e gaiezze. Ma sarebbe come attirarti in un inganno. Sarebbe come indurti a credere che la vita è un tappeto morbido sul quale si può camminare scalzi e non una strada di sassi, bambino. Sassi contro cui si inciampa, si cade, ci si ferisce. Sassi contro cui bisogna proteggersi con scarpe di ferro."
"Ma altrove nascono mille, centomila bambini, e mamme di futuri bambini: la vita non ha bisogno nè di te nè di me. Tu sei morto. Forse muoio anch'io. Ma non conta. Perchè la vita non muore."
Brano
tratto da un’intervista del 1979, di Luciano
Simonelli
"Ho sempre amato la vita. Chi ama la vita non riesce mai ad adeguarsi, subire, farsi comandare. Chi ama la vita è sempre con il fucile alla finestra per difendere la vita… Un essere umano che si adegua, che subisce, che si fa comandare, non è un essere umano"
Brano
tratto da uno scritto dedicato a Pier Paolo
Pasolini (Gammalibri, Milano
1976)
Diventammo subito amici, noi amici impossibili. Cioè io donna normale e tu uomo anormale, almeno secondo i canoni ipocriti della cosiddetta civiltà, io innamorata della vita e tu innamorato della morte. Io così dura e tu così dolce.
V’era una dolcezza femminea in te, una gentilezza femminea. Anche la tua voce del resto aveva un che di femmineo, e ciò era strano perché i tuoi lineamenti erano i lineamenti di un uomo: secchi, feroci. Sì esisteva una nascosta ferocia sui tuoi zigomi forti, sul tuo naso da pugile, sulle tue labbra sottili, una crudeltà clandestina. Ed essa si trasmetteva al tuo corpo piccolo e magro, alla tua andatura maschia, scattante, da belva che salta addosso e morde. Però quando parlavi o sorridevi o muovevi le mani diventavi gentile come una donna, soave come una donna.
Ed io mi sentivo quasi imbarazzata a provare quel misterioso trasporto per te. Pensavo: in fondo è lo stesso che sentirsi attratta da una donna.
Come due donne, non un uomo e una donna, andavamo a comprare pantaloni per Ninetto, giubbotti per Ninetto, e tu parlavi di lui quasi fosse stato tuo figlio: partorito dal tuo ventre, e non seminato dal tuo seme. Quasi tu fossi geloso della maternità che rimproveravi a tua madre, a noi donne. Per Ninetto, in un negozio del Village, ti invaghisti di una camicia che era la copia esatta delle camicie in uso a Sing Sing. Sul taschino sinistro era scritto: "Prigione di Stato. Galeotto numero 3678". La provasti ripetendo: "Deliziosa, gli piacerà".
Poi uscimmo e per strada v’era un corteo a favore della guerra in Vietnam, ricordi? Tipi di mezza età alzavan cartelli su cui era scritto: "Bombardate Hanoi" e ci restasti male. Da una settimana ti affannavi a spiegarmi che il vero momento rivoluzionario non era in Cina né in Russia ma in America.
"Vai a Mosca, vai a Praga, vai a Budapest e avverti che lì la rivoluzione è fallita: il socialismo ha messo al potere una classe di dirigenti e l’operaio non è padrone del proprio destino. Vai in Francia, in Italia, e ti accorgi che il comunista europeo è un uomo vuoto. Vieni in America e scopri la sinistra più bella che un marxista come me possa scoprire. I rivoluzionari di qui fanno venire in mente i primi cristiani, v’è in essi la stessa assolutezza di Cristo. M’è venuta un’idea: trasferire in America il mio film su San Paolo".
Della cultura americana assolvevi quasi tutto, ma quanto soffristi la sera in cui due studentesse americane ti chiesero chi fosse il tuo poeta preferito, tu rispondesti naturalmente Rimbaud, e le due ignoravano chi fosse Rimbaud. Per questo lasciasti New York così insoddisfatto? [...]
Dicono che tu fossi capace d’essere allegro, chiassoso, e che per questo ti piacesse la compagnia della gioventù: giocare a calcio, ad esempio, coi ragazzi delle borgate. Ma io non ti ho mai visto così.
La malinconia te la portavi addosso come un profumo e la tragedia era l’unica situazione umana che tu capissi veramente. Se una persona non era infelice, non ti interessava. Ricordo con quale affetto, un giorno, ti chinasti su me e mi stringesti un polso e mormorasti: "Anche tu, quanto a disperazione, non scherzi!" Forse per questo il destino ci fece incontrare di nuovo, anni dopo. Fu a Rio de Janeiro, dov’eri venuto con Maria Callas: in vacanza. [...]
Nessun prete mi ha mai parlato, come te, di Gesù Cristo e di San Francesco. Una volta mi hai parlato anche di Sant’Agostino, del peccato e della salvezza come li vedeva Sant’Agostino.
È stato quando mi hai recitato a memoria il paragrafo in cui Sant’Agostino racconta di sua madre che si ubriaca. Ed ho compreso in quell’occasione che cercavi il peccato per cercar la salvezza, certo che la salvezza può venire solo dal peccato, e tanto più profondo è il peccato tanto più liberatrice è la salvezza.
Però ciò che mi dicesti su Gesù Cristo e su San Francesco, mentre Maria sonnecchiava dinanzi al mare di Copacabana, mi è rimasto come una cicatrice. Perché era un inno all’amore cantato da un uomo che non crede alla vita. Non a caso l’ho usato nel mio libro che non hai voluto leggere. L’ho messo in bocca al bambino quando interviene al processo contro la sua mamma: "Non è vero che non credi all’amore, mamma. Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d’amore. Ma è sufficiente credere all’amore se non si crede alla vita?"
Anche tu eri fatto d’amore. La tua virtù più spontanea era la generosità. Non sapevi mai dire no. Regalavi a piene mani a chiunque chiedesse: sia che si trattasse di soldi, sia che si trattasse di lavoro, sia che si trattasse di amicizia. A Panagulis, per esempio, regalasti la prefazione ai suoi due libri di poesie. E, verso per verso, col testo greco accanto, volesti controllare perfino se fossero tradotte bene.
Ci ritrovammo per questo, rammenti. Riprendemmo a vederci quando lui fu scarcerato e venne in esilio in Italia. Andavamo spesso a cena, tutti e tre. E mangiare con te era sempre una festa, perché a mangiare con te non ci si annoiava mai. Una sera, in quel ristorante che ti piaceva per le mozzarelle, venne anche Ninetto. Ti chiamava "babbo". E tu lo trattavi proprio come un babbo tratta suo figlio, partorito dal suo ventre e non dal suo seme.
Lasciarti dopo cena, invece, era uno strazio. Perché sapevamo dove andavi, ogni volta. E, ogni volta, era come vederti correre a un appuntamento con la morte. Ogni volta io avrei voluto agguantarti per il giubbotto, trattenerti, implorarti, ripeterti ciò che ti avevo detto a New York: "Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo!". Avrei voluto gridarti che non ne avevi il diritto perché la tua vita non apparteneva a te e basta, alla tua sete di salvezza e basta. Apparteneva a tutti noi. E noi ne avevamo bisogno. Non esisteva nessun altro in Italia capace di svelare la verità come la svelavi tu, capace di farci pensare come ci facevi pensare tu, di educarci alla coscienza civile come ci educavi tu. E ti odiavo quando ti allontanavi su quella automobile con cui i tre teppisti t’avrebbero schiacciato il cuore. Ti maledicevo. Ma poi l’odio si spingeva in un’ammirazione pazza, ed esclamavo: "Che uomo coraggioso!" Non parlo del tuo coraggio morale, ora, cioè di quello che ti faceva scrivere in cambio di contumelie, incomprensioni, offese, vendette.
Parlo del tuo coraggio fisico. Bisognava avere un gran fegato per frequentare la melma che frequentavi tu, di notte. Il fegato dei cristiani che insultati e sbeffeggiati entrano nel Colosseo per farsi sbranare dai leoni.
Ventiquattr’ore prima che ti sbranassero, venni a Roma con Panagulis. Ci venni decisa a vederti, risponderti a voce su ciò che mi avevi scritto. Era un venerdì. E Panagulis ti telefonò da casa mia, alla terza cifra si inseriva una voce che scandiva: "Attenzione. A causa del sabotaggio avvenuto nei giorni scorsi alla centrale dell’Eur il servizio dei numeri che incominciano col 59 è temporaneamente sospeso". L’indomani accadde lo stesso. Ci dispiacque perché credevamo di venire a cena con te, sabato sera, ma ci consolammo pensando che saremmo riusciti a vederti domenica mattina.
Per domenica avevamo dato appuntamento a Giancarlo Pajetta e Miriam Mafai in piazza Navona: prendiamo un aperitivo e poi andiamo a mangiare. Così verso le dieci ti telefonammo di nuovo. Ma, di nuovo, si inserì quella voce che scandiva: attenzione, a causa del sabotaggio il numero non funziona.
E a piazza Navona andammo senza di te. Era una bella giornata, una giornata piena di sole. Seduti al bar ‘Tre Scalini’ ci mettemmo a parlare di Franco che non muore mai, ed io pensavo: mi sarebbe piaciuto sentir Pier Paolo parlare di Franco che non muore mai. Poi si avvicinò un ragazzo che vendeva l’Unità e disse a Pajetta: "Hanno ammazzato Pasolini".
Lo disse sorridendo, quasi annunciasse la sconfitta di una squadra di calcio. Pajetta non capì. O non volle capire? Alzò una fronte aggrottata, brontolò: "Chi? Hanno ammazzato chi?" E il ragazzo: "Pasolini". E io, assurdamente: "Pasolini chi?" E il ragazzo: "Come chi? Come Pasolini chi? Pasolini Pier Paolo". E Panagulis disse: "Non è vero". E Miriam Mafai disse: "È uno scherzo". Però allo stesso tempo si alzò e corse a telefonare per chiedere se fosse uno scherzo. Tornò quasi subito col viso pallido. "È vero. L’hanno ammazzato davvero".
In mezzo alla piazza un giullare coi pantaloni verdi suonava un piffero lungo. Suonando ballava alzando in modo grottesco le gambe fasciate dai pantaloni verdi, e la gente rideva. "L’hanno ammazzato a Ostia, stanotte", aggiunse Miriam.
Qualcuno rise più forte perché il giullare ora agitava il piffero e cantava una canzone assurda. Cantava: "L’amore è morto, virgola, l’amore è morto, punto! Così io ti piango, virgola, così io ti piango, punto! "
Non andammo a mangiare. Pajetta e la Mafai si allontanarono con la testa china, io e Panagulis ci mettemmo a camminare senza sapere dove. In una strada deserta c’era un bar deserto, con la televisione accesa. Si entrò seguiti da un giovanotto che chiedeva stravolto: "Ma è vero? È vero?" E la padrona del bar chiese: "Vero cosa?" E il giovanotto rispose: "Di Pasolini. Pasolini ammazzato". E la padrona del bar gridò: "Pasolini Pier Paolo? Gesù! Gesummaria! Ammazzato! Gesù! Sarà una cosa politica!" Poi sullo schermo della televisione apparve Giuseppe Vannucchi e dette la notizia ufficiale. Apparvero anche i due popolani che avevano scoperto il tuo corpo. Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta? (Roma, novembre 1975)
Brano
tratto da " Niente e così
sia" di Oriana Fallaci
(1969)
«È una pallottolina dell’M16. Una, una sola basta ad uccidere un uomo: senza bisogno di sparare a raffica: Perché lei viaggia ad una velocità molto vicina alla velocità del suono, e mentre viaggia è sempre al limite dell’equilibrio, e quando arriva non si ferma dentro la carne come una brava pallottola, no, e neanche attraverso un braccio o una gamba, no, lei si gira e si ritorce, e strappa e taglia e ti vuota in pochi minuti di tutto, del tuo sangue… L’ha inventata un uomo»

Oscar Wilde
L'anima nasce vecchia, ma ringiovanisce. E' la commedia della vita. Tre metri di corda e un asse mobile, questo è tutto ciò che occorre al potere.
Il corpo nasce giovane e invecchia. E' la tragedia della vita
L'unica differenza tra un santo e un peccatore è che il santo ha un passato e il peccatore ha un futuro. Posso credere a tutto, purché sia sufficientemente incredibile
L'egoismo non consiste nel vivere secondo i propri desideri, ma nel pretendere che gli altri vivano nel modo che noi vogliamo. L'altruismo consiste nel vivere e lasciar vivere
Le persone veramente frivole sono coloro che amano una volta sola nella vita. Ciò che esse chiamano lealtà o fedeltà io lo definisco abitudine al letargo o mancanza di fantasia Date alle donne occasioni adeguate ed esse possono far tutto
Fare una buona insalata vuol dire essere un diplomatico brillante - il problema è identico in entrambi i casi: sapere esattamente quanto olio bisogna mettere assieme all'aceto
Chi è un cinico? Un uomo che conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna. 'Esperienza' è il nome che tutti danno ai propri errori.
Parole giuste al posto giusto, questa è la vera definizione di stile Le donne ci vogliono bene per i nostri difetti: se ne abbiamo una quantità sufficiente, accettano tutto, anche la nostra intelligenza La coerenza è l'ultimo rifugio delle persone prive d'immaginazione Il vero mistero del mondo è ciò che si vede, e non l'invisibile
La fantasia imita. È lo spirito critico che crea. Val sempre la pena di fare una domanda, ma non sempre di darle una risposta. I presagi non esistono. Il destino non ci invia i suoi araldi. È troppo saggio o crudele per farlo Ah! Non dire che sei d'accordo con me. Quando la gente è d'accordo con me mi sembra sempre di essere nel torto Non esiste il marito ideale. Il marito ideale resta celibe La verità non è quasi mai pura e non è mai semplice L'esperienza è una cosa che non puoi avere gratis Ridere non è affatto un brutto modo per iniziare un'amicizia La verità è interamente e solamente una questione di stile In ogni istante della vita siamo ciò che saremo non meno di ciò che siamo stati Siamo tutti nella fogna, ma alcuni di noi guardano alle stelle. Le domande non sono mai indiscrete. Lo sono, talvolta, le risposte. Vivere é la cosa più rara del mondo: i più, esistono solamente. Val sempre la pena di fare una domanda, ma non sempre di darle una risposta
Non tutto quello che vacilla cade.
Michel de Montaigne
Dove tuona un fatto, siatene certi, ha lampeggiato un'idea
Ippolito Nievo
Un desiderio di desideri: la malinconia.
Lev Tolstoi "...Mi sbaglierò ma il paradiso terrestre non finì il giorno in cui Adamo ed Eva furono informati da Dio che d'ora innanzi avrebbero lavorato nel sudore e partorito nel dolore. Finì il giorno in cui essi s'accorsero d'avere un padrone che gli impediva di mangiare una mela e, cacciati per una mela, si misero alla testa d'una tribù dove si impediva perfino di mangiare la carne il venerdì" Oriana Fallaci (da "Intervista con la storia" 1974)
Volete nuocere a qualcuno? Non ditene male, ditene troppo bene. André Siegfried
Non condivido ciò che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinché tu possa dirlo.
Voltaire
Una cosa buona non ci piace, se non ne siamo all'altezza.
Nietzsche
Un uomo che anche una sola volta in vita sua abbia riso di vero cuore non può essere completamente e irreparabilmente malvagio.
Thomas Carlyle
Un ottimo sport mattutino, per un ricercatore, è quello di mandare al diavolo ogni mattina, prima di colazione, un'ipotesi particolarmente amata: mantiene giovani.
Konrad Lorenz
Un segno grave di mediocrità è il lodare sempre con moderazione.
Luc de Vauvenargues
Gli amici ti deludono, la gente normale no. Sì, gli amici non possono comportarsi così. Perché io mica divento amico del primo che incontro. Io decido di volere bene, scelgo. E quando scelgo, è per sempre. N. Moretti (Nel film:
Bianca)
Agnostico è chi non crede a niente e pretende che gli altri credano a lui.
Gaston Pollard
Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l'arte e la vita.
Gian Maria Volontè
La difficoltà di essere siciliano. Si tratta di amare ed al tempo stesso detestare un paese e della gente. Sentirsi uguale e diverso insieme, amare e non amare; bisogna ammettere che si tratta di un bel rompicapo. Ho parlato della mafia quando nessuno ne parlava. Qualcuno, una volta, mi ha perfino rinfacciato il fatto di aver inventato la mafia, che in realtà non esisterebbe affatto. Oggi il fenomeno mi interessa tanto quanto prima, ma mi preoccupa particolarmente l’antimafia. Ho l’impressione che lo Stato si presenti in Sicilia con metodi e sistemi che possono dare al siciliano l’impressione che una mafia si sia sostituita ad un’altra. Io ritengo che la lotta più efficace alla mafia si faccia nel nome del diritto, senza stati d’assedio, dando al cittadino la sua sicurezza.
Leonardo Sciascia |