«Quel giorno in Ghana Malcolm X
si avvicinò per salutarmi, ma
io, Muhammad Ali, mi
voltai e mi allontanai. Aver
voltato le spalle a Malcolm fu
uno degli errori della mia vita
di cui mi sono più pentito. Se
potessi, se soltanto potessi
tornare indietro nel tempo, gli
direi quanto lo ho ammirato, lo
abbraccerei come un fratello e
gli direi che sono onorato e
orgoglioso che lui mi fosse
amico». Quarant’anni dopo quel
giorno maledetto Muhammad Ali
torna a parlare di una ferita
aperta e mai rimarginata. Torna
a parlare di un tradimento. E lo
fa alla sua maniera con questa
intervista esclusiva al Corriere
a pochi giorni dall’uscita in
Italia del suo «primo» libro, «Con
l’anima di una farfalla»
(scritto con la figlia Hana
Yasmeen Ali, edito da Fazi).
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Muhammad Ali, a
destra, con
Malcolm X: è il
1964 (Ap)
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Un autentico
testamento spirituale, una
confessione, un’occasione per
fare un bilancio della sua
irripetibile carriera.
Un
libro dove Ali mette da parte
ogni filtro e ripercorre «Il
lungo viaggio» della sua «vita»,
come recita il sottotitolo, con
la lente di un uomo che il morbo
di Parkinson ha «rallentato» ma
non piegato. Anche per questo le
sue parole su Malcolm X, di cui
ricorre quest’anno
l’anniversario della morte (fu
assassinato il 21 febbraio del
1965 a New York), sono destinate
a far discutere. A riaprire una
vicenda che l’America vorrebbe
cancellare.
«Malcolm X fu un grande
pensatore e un amico ancora più
grande. Se non fosse
stato per lui - confessa Ali -
forse non sarei mai diventato
musulmano. Ci ha insegnato ad
avere consapevolezza del nostro
ruolo, ad amarci, ad essere
coraggiosi. Il suo insegnamento
ha ispirato milioni di persone e
le sue parole ancora oggi sono
vive». C’è molta serenità nelle
parole di Ali, ma la serenità
non nasconde del tutto
l’amarezza, il rimorso e la
consapevolezza profonda di aver
capito troppo tardi. «Non sono
mai riuscito a spiegarmi come
così tante persone potessero
temere un uomo che stava solo
cercando la libertà e la
giustizia per il suo popolo».
«Troppo tardi per il perdono»
recita il titolo di uno dei
capitoli più sinceri e commossi
del libro. Troppo tardi
per capire che, quando Elijah
Muhammad, il leader dei
«Musulmani neri», gli ordinò di
rompere con Malcolm lui non
seppe reagire e rifiutare. Ali è
un fiume in piena,
inarrestabile. Così come era
inarrestabile quando, lui che è
stato un peso massimo, danzava
con la classe di un ballerino
fino a stordire gli avversari. I
suoi ricordi scorrono veloci
come in un film: dal ragazzino
timido, ingenuo e dislessico di
Louisville nel Kentucky al
giovane campione olimpico di
Roma; dalla vittoria su Sonny
Liston nel 1964 alla scelta di
sposare la religione islamica;
dall’abbandono del suo primo
nome (Cassius Clay) all’amore
per la sua famiglia; dal rifiuto
di combattere in Vietnam
all’isolamento e
all’emarginazione. Il ritiro del
passaporto e della licenza da
pugile. E poi la cattiveria e la
crudeltà dei suoi nemici.
E forse proprio Norman Mailer,
il grande scrittore americano,
autore di un libro
memorabile («Il combattimento»,
sul leggendario match
Ali-Foreman a Kinshasa nel
1974), darà la chiave per
comprendere questa crudeltà: «In
alcuni momenti l’America ha
odiato Ali semplicemente perché
non è mai riuscita a capirlo
fino in fondo». Santo e demone.
«Il 1967 fu per me un anno
terribile - ricorda Ali -. Dissi
no al Vietnam. Mi tolsero ciò
che avevo di più bello, mi
impedirono di combattere,
impedirono al mondo di vedere
Muhammad Ali nei suoi anni
migliori, gli anni in cui un
peso massimo può dare tutto.
Quell’Ali nessuno potrà più
ridarcelo. Mi tolsero tutto ma
non la dignità, l’orgoglio e la
fede. In quel periodo terribile
ho capito che cosa è un atto di
eroismo.
«Ho capito anche cosa significa
essere eroi silenziosi. E
ho imparato ad apprezzare la
gente comune che combatte le
battaglie per la giustizia
nell’anonimato. E lavorano e
combattono senza alcun pensiero
di gloria o ricompensa
economica. Ma combattono e si
sacrificano per il giusto, per
un mondo più giusto». Ma un
uomo, più di altri, secondo Ali,
«rappresenta per il mondo intero
un insegnamento straordinario:
Nelson Mandela, il grande leader
sudafricano. Mandela incarna la
prova vivente che non c’è nulla
al di fuori di Dio e di noi
stessi che può sconfiggerci.
Nulla può annientarci se usiamo
le armi del cuore e del
coraggio. «Alla fine è il tempo
che ha la meglio su di noi, si
diventa vecchi e stanchi. Ma
Nelson sembra che abbia
sconfitto anche quello. Non
soltanto il suo cuore e il suo
coraggio sono sopravvissuti a
tutti quegli anni di prigione,
ma sono addirittura diventati
più forti col passare delle
stagioni. E con la sua storia,
la sua terribile vicenda umana,
i 27 anni trascorsi
ingiustamente in carcere, è
stato capace di dare vita a un
miracolo: ha convinto alleati ma
anche avversari a cambiare il
loro modo di pensare e il loro
modo di agire. Ha convinto
alleati e avversari ad ascoltare
le ragioni degli altri: parlarsi
e confrontarsi. Non riesco ad
immaginare nulla di più potente
e prodigioso che possa essere
fatto da un comune mortale».
Ali l’atleta, Ali il poeta, Ali
il politico, Ali il leader
religioso. Nel nostro
immaginario collettivo,
comunque, Muhammad Ali rimane il
pugile più grande di tutti i
tempi. Una grandezza che è
cresciuta anche e soprattutto in
virtù delle sue scelte spesso
imprevedibili e coraggiose,
della straordinaria forza con la
quale ha tollerato terribili
ingiustizie. Ali è il campione,
che «fluttuava come una farfalla
e pungeva come un’ape». Il
protagonista di alcuni dei match
più feroci e meravigliosi del
secolo scorso. Con lui sono
diventati campioni immortali
anche gli avversari: Sonny
Liston e Joe Frazier, Ken Norton
e George Foreman.
Ma soprattutto Ali rimane il più
inspiegabile dei talenti
pugilistici di sempre;
una montagna di muscoli e
intelligenza che sapeva muoversi
come un peso leggero. Un talento
inimitabile e per certi versi
misterioso. Un pugile che ha
cambiato il modo di concepire il
pugilato, trasformandolo, non è
un paradosso, in uno sport meno
violento. Ripensare Ali in piena
attività, nella sua forma
migliore, può far nascere in un
appassionato tristezza e
nostalgia. «Ma questo - ci dice
- non deve succedere. È la
vita». «Qualche mattina mi
sveglio e anche a me vengono in
mente dei ricordi. Mi ricordo -
scrive Ali nel suo libro - il
ruggito della folla e il suono
del gong. La sensazione del
ring, il ballare, schivare, il
ritmo, e la mia velocità.
Ricordo il "gioco-con-le-corde",
e le vittorie. Ma più di tutto
ricordo una vita libera». «Man
mano che la vita continua, penso
all’orgoglio del titolo; è
passato tutto così in fretta,
come un mare di nuvole. Abbiamo
solo - dice Ali - un attimo di
giovinezza e, benché molto sia
cambiato col tempo, mi ricordo
di quando ero re, ma non c’è
tristezza, solo ricordi felici».
Antonio
Troiano